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venerdì 6 aprile 2012

Come potrebbe cambiare il sistema produttivo dell'opera lirica contemporanea

Un paio di settimane fa è uscita su The Telegraph la recensione dell'ultima opera della compositrice Judith Weir, Miss Fortune.
L'articolo si intitola, brutalmente:  L'ennesima brutta Opera moderna al Covent Garden. Perchè alla Royal Opera House è permesso di  buttare i soldi dalla finestra?
L'autore,Igor Toronyi-Lalic, piuttosto che criticare l'Autrice dell'opera, se la prende con i dirigenti  del teatro che a suo parere incorrono troppo spesso nell' incauto errore di programmare costose produzioni operistiche senza preventivamente controllare la qualità artistica del libretto, della musica, delle scene etc. E giunge ad auspicare l'importazione, nei teatri d'opera in  Europa, dei metodi  produttivi di Hollywood o Broadway. 


"National opera companies should treat new opera in exactly the same way that Harvey Weinstein would treat a new movie. Focus groups. Executive supervision. Professional previews. Checks. Balances. And rewrites. New commissions shouldn't be taken on unviewed, unvetted, unwritten.... there should be the possibility that composer or librettist could be replaced or their words and music rewritten or the idea scrapped completely. Opera is the only artistic arena in which good money is regularly thrown after bad". 
E verso la fine dell'articolo, sferra la sciabolata provocatoria e sanguinaria: "Operas are commissioned to keep composers employed, rather than us entertained." 
Su Facebook, il compositore Michel Van der Aa il 15 marzo 2012 ha suscitato un dibattito molto acceso, al quale hanno  partecipato molti  addetti ai lavori: critici, compositori, interpreti, managers. 
La questione, come si  vede, è davvero epocale, e potrebbe segnare una svolta decisiva nel futuro della gestione artistica ed economica dei teatri d'opera. Con la crisi finanziaria che tocca tutte le nazioni europee, era inevitabile che prima o  poi qualcuno si alzasse e dicesse che l'Opera costa troppo, specialmente quella contemporanea che fa fatica a riempire le sale e a reggere più di 3/5 repliche in stagione. Mentre (se ne avete voglia) riflettete sull'argomento, ecco qui  sotto quello che ha scritto Kasper Holten, direttore artistico del Covent Garden, in risposta all'attacco giornalistico. 
"Igor Toronyi-Lalic is worried that The Royal Opera is wasting money on putting on unsuccessful new operas. But the history of music proves that we should be cautious about passing judgement too quickly. Pieces that are now considered major masterpieces were unsuccessful at first, and people found them difficult to listen to. And for each time a masterpiece that survives today was written, dozens of operas were written and performed and forgotten.
In fact, compared to this, the Royal Opera House has an impressive track record. New operas at the Royal Opera House in the past few years such as The Minotaur, The Tempest and Anna Nicole have gone on to become major international successes.The essential part of making real artistic progress is to allow for risk-taking, innovation and the freedom of artists to do what they believe in. We must supply them with the best possible help, but we should not try to control them by asking them to deliver a quick success, giving the audience what we think they want. I believe this is also why we get public support, to enable us to take risks. This has always been supported by princes, by nations, by the state in order to secure innovation that might not otherwise happen. The resulting work may be a masterpiece, but equally well might not.I have said commissioning new operas shouldn't be about whether it is a success or not. Igor asks me what it should then be about, failure? No, Igor, it should be about courage. If the demand is always to produce something instantly popular, we might not have had Bach's Wohltemperierte Klavier, Verdi's La traviata, Puccini's Madama Butterfly or Bizet's Carmen today. I am not saying unsuccessful new operas will all prove to be masterpieces. And I am not saying we should be above criticism. But I am saying we should still commission them and put them on. And I am saying it is like skiing: If you never fall, then maybe you aren't trying hard enough to learn."

Kasper Holten -Director of  Royal Opera House 













8 commenti:

  1. Quello che propone il giornalista, che non è diverso dal lavoro che fa uno scrittore con il proprio editor, non mi sembra affatto una cattiva idea. Se fosse sistematizzato (perché ovviamente in alcuni casi fortunati già succede) mi sembrerebbe un ottimo modo di far partecipare il committente ad un'impresa complessa come un'opera lirica. Non si può ancora considerare il compositore onnisciente e competente in ogni campo! Più realisticamente bisognerebbe "mettere a posto" il compositore, senza sminuirne ovviamente i meriti, ma inserirlo in un processo produttivo. In Italia manca del tutto il sistema produttivo per quanto riguarda la M.C., è tutto lasciato a iniziative isolate (più o meno meritorie), non c'è SISTEMA, e proprio per questo il compositore non ha rilevanza in primis economica, e di conseguenza sociale. La M.C. può chiamarsi musica tout court solo quando ha una rilevanza sociale ed economica, ovviamente anche di nicchia, ma mai quando di limita sempre di più all'autoreferenzialità.

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  2. Ma lo spettacolo operistico è abbastanza vivo (e la musica contemporanea abbastanza condivisa) da garantire la vivacità necessaria all'allestimento di nuove produzioni?
    Non sembra anche a voi che l'opera si sia imbalsamata e ridotta a mero museo di un repertorio e di un pubblico stantio?
    A me sembra che il problema stia a monte, nello svecchiamento della lirica e nella condivisione sociale di tutte le esperienze musicali possibili.
    Quanto alla musica contemporanea, vorrei fare una considerazione che è anche una domanda e una questione.
    Essa non ha fatto altro che seguire un percorso, pericoloso ma inevitabile; indubbiamente problematico. E' stata condannata poi, all'autoreferenzialità da una politica, da una società, da una storia ottusa e andando avanti di questo passo anche Bach, Mozart, Beethoven, Chopin, etc., sconfineranno nel disinteresse e nell'oblio(./?)

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  3. Interessante. La mia impressione è che il critico e il suo interlocutore partano da premesse lontanissime e giungano poi a conclusioni inconciliabili.
    Il problema riguarda la considerazione dell'opera (teatro musicale) in sé.
    Un tempo, quando l'opera era un riferimento costante (certamente più "viva" di oggi), i compositori/librettisti avevano la possibilità di fare varie esperienze in campo teatrale. Esisteva la possibilità di misurarsi con produzioni minori e imparare da compositori e impresari più esperti. In fondo quello del teatro è un mestiere che si impara e un ottimo compositore di musica strumentale potrebbe non essere anche un buon creatore di opere per il teatro, potrebbe però diventarlo.
    Nel discorso del critico trovo anche interessante il riferimento commissioni tecniche che operino modifiche, tagli ecc. Credo che impresari e collaboratori vari dei teatri di un tempo intervenissero frequentemente, specie nei lavori degli esordienti, per renderli più "teatrali", più efficaci. Se in un'opera nuova anche imperfetta c'era della stoffa, essa non veniva scartata, veniva piuttosto resa più fruibile, si correggevano le ingenuità a tutto vantaggio del compositore/librettista inesperto. Quando gli "errori" erano in realtà innovazioni o lampi di genio, il compositore/librettista sapeva di doverli imporre discutendo con i suoi interlocutori, e, se non riusciva nell'impresa, sapeva di poterlo fare in seguito, dopo essersi costruito una credibilità con opere "standard".
    Quindi in realtà la risposta alle obiezioni del critico dovrebbe andare nella direzione opposta: si producono troppo poche opere nuove (che forse costano troppo) e così non si dà modo ai compositori/librettisti di imparare il mestiere.
    Questo però a patto che esista ancora l'opera come forma di spettacolo in grado di attirare il pubblico, e francamente non ne sono sicuro, e se vogliamo ammettere che l'opera è anche "entertainment". Se invece deve essere uno spettacolo di arte destinata non ad intrattenere, ma piuttosto a far riflettere senza concedere nulla al "divertimento" e una zona franca dove il compositore può dare libero sfogo al suo genio, unico e irriducibile a pre-giudizi basati su canoni di qualunque genere, così come sembra voler intendere il Direttore artistico nel suo intervento, allora andiamo avanti così e speriamo nei posteri.
    D'altra parte bisogna ammettere che pretendere di presentare lavori rivoluzionari e sconvolgenti proprio all'opera, nel luogo più ricco, aristocratico e istituzionale che si possa immaginare, è quantomeno un po' contraddittorio.
    Se, infine, l'opera sopravvive solo come forma di spettacolo di gran classe per una nicchia di appassionati della bellezza del passato, da tenere in vita con le sovvenzioni pubbliche per non consentire che una ricca tradizione cada nell'oblìo, allora forse non ha molto senso commissionare nuove opere.
    Giovanni

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  4. Il problema è complesso, come sempre...
    Ma alcune considerazioni "deontologiche": Toronyi-Lalic (qui il link all'articolo completo http://blogs.telegraph.co.uk/culture/igortoronyilalic2/100061543/another-bad-modern-opera-at-covent-garden-why-is-the-royal-opera-house-allowed-to-throw-money-away/ ) praticamente non parla dell'opera. Le considerazioni generali sul sistema produttivo dell'opera, in particolar modo su quello dell'opera contemporanea, dovrebbero essere fatte con i piedi di piombo e da esperti di produzione. Io dubito spesso delle opinioni non musicali dei critici musicali, e dubito della preparazione dei critici musicali che esprimono solo opinioni non musicali. Se si parla di "Miss Fortune", quindi, si dovrebbe parlare di problemi artistici, se si parla dell'opera contemporanea tutta si dovrebbe avere la decenza di esporre esempi eterogenei, dati certi, riflessioni basate su varie "piazze".
    Ovvero... il sistema produttivo dell'opera contemporanea in Inghilterra è diverso da quello del resto del mondo. E' tutt'ora raro che un teatro produca ogni anno un'opera nuova, in posizioni centrali all'interno della stagione, con dispendio produttivo particolare. In Italia succede di rado, ma i teatri italiani sono comunque in crisi. Il perchè è ovvio, Miss Fortune non costa quanto un Trovatore, costa di meno. Ed il fatto che il Trovatore faccia il tutto esaurito incide relativamente poco sul bilancio finale.
    Poi c'è il bilancio artistico... l'orchestra del Covent Garden sta migliorando di anno in anno, così le masse corali, le maestranze di ogni tipo. L'opera contemporanea, mettendo da parte il suo valore intrinseco, ha un valore estrinseco tecnico-didattico, sugli artisti e sul pubblico. Permette a giovani registi, scenografi, cantanti di mettersi in mostra in un mondo "chiuso".
    Sul controllo e l'entertainment, beh, qui il discorso è ancora più complicato. Chiunque si occupi di musica contemporanea non può negare che esista un problema "teatro musicale". I mostri sacri del secondo cinquantennio del '900 iniziano ora ad essere "riconosciuti", ampie parti di quel repertorio sono ancora ignote e chi oggi vuole affrontare il palcoscenico lo fa a tentoni, cercando, sperimentando, molto più spesso rivolgendosi al musical. Leggere da un critico che l'opera dovrebbe funzionare come Broadway, quando oggi c'è TROPPO musical in tutto il mondo, è incredibile. E a Londra, poi! E se volessimo controllare e dare opinioni, cosa che OGNI DIRETTORE ARTISTICO AL MONDO SAREBBE TENUTO A FARE, secondo quale metro di giudizio potremmo? Stilare il cartellone di un festival di musica contemporanea, oggi, significa scegliere le persone, non le opere. E neppure gli stili, visto che chiunque oggi sarebbe in grado di scrivere qualsiasi cosa. L'Inghilterra ha un parterre assoluto di compositori attivi nel teatro musicale, la qualità di partenza non può essere messa in discussione. Al massimo si potrebbero inserire limiti produttivi, ma mai artistici. Limiti che toccherebbero, quindi, soprattutto la parte scenica dello spettacolo e la scelta del cast, perchè i tetti di spesa non sono un deterrente alla brutta musica... come nient'altro, del resto. Se un festival di musica contemporanea iniziasse a ragionare secondo il criterio di "bello" e "brutto" probabilmente verrebbero suonate solo le composizioni del direttore artistico.
    Claudio Grasso

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  5. per farsi una opinione fondata bisognerebbe rispondere a queste domande :

    - Lo status dell'Opera Lirica può essere assimilato a quello del cinema, del musical anglosassone?
    - un controllo produttivo più stringente sarebbe una garanzia certa contro i rischi di "flop" o cadute di nuove opere ?

    tutto sommato, le argomentazioni del Direttore di Covent Garden mi paiono ragionevoli.

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  6. - Lo status dell'Opera Lirica può essere assimilato a quello del cinema, del musical anglosassone?
    Penso di no, ma a che cosa altro può essere assimilata, o quale è il suo "status" attuale? Io in questo momento non saprei rispondere...
    Solo 2 constatazioni: nella programmazione di radio tre (tanto per fare un esempio) nel programma "di punta" sull'opera lirica (la barcaccia), mi pare che la prospettiva assomigli molto a quella di un club di melomani e che c'entri poco con la musica d'oggi. O ancora, fino a 70/80 anni fa i giovani compositori scrivevano nuove opere sperando di ottenere ricchezza e fama. Oggi non è più così, per il compositore (come per il pubblico) di oggi il rapporto con l'opera lirica è meno "naturale"...

    - un controllo produttivo più stringente sarebbe una garanzia certa contro i rischi di "flop" o cadute di nuove opere ?
    Non credo.
    Io parlavo per assurdo: se fossero molte di più le produzioni di nuove opere e si creasse un pubblico assimilabile al pubblico dell'opera del passato, insomma se ci fossero un mercato e un'idea di teatro musicale di oggi condivisa dai creatori e dai fruitori, allora un controllo produttivo avrebbe senso.

    Allo stato attuale delle cose penso anch'io che le argomentazioni del direttore siano ragionevoli.

    Buona Pasqua
    Giovanni

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  7. ma quale compositore, a fronte di una commissione da parte di un grande teatro d'opera, rifiuterebbe in nome dell'evidente e fallimentare status culturale del genere? Non è mica epoca di eroi questa!
    ovvio che te lo trasformerebbe subito in genere necessario per il futuro dell'umanità, o per la dignità cultura di una nazione, pena il suo decadimento, salvo poi stare ben rintanato nel proprio cantuccio-assistito quando il Blasco cavalca le scene de La Scala...
    ecc ecc
    Fabio S.

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  8. Sul fatto che lo status culturale del genere "opera" sia evidentemente fallimentare io non sono per nulla d'accordo. C'è sicuramente una cattiva circolazione del repertorio più interessante, e questo merita una riflessione. Se già il '900 storico fatica a diventare "repertorio", alcuni capolavori del secondo '900 sono ancora assenti dalle nostre scene (con la solita lodevole eccezione di Benjamin Britten). Questo falsa moltissimo il giudizio critico sul genere e priva i giovani compositori di una marea di esempi di teatro musicale moderno di qualità. Oggi in conservatorio chi conosce le opere di Penderecki? Di Bussotti? Di Henze? Di Adès? Di Meredith Monk? Possiamo criticare moltissimo i movimenti modernisti darmstadtiani, ma permettevano una didattica delle forme "moderne" che oggi, nel villaggio globale, è molto più complessa. Fare un corso universitario su "l'opera negli anni '80 del '900" oggi sarebbe difficilissimo, considerato che la stragrande maggioranza delle opere scritte in quel periodo hanno avuto una o poche più rappresentazioni. Anche questo fa parte del "problema teatro musicale moderno", la bassa diffusione del moderno rende banale e ripetitiva la sperimentazione.

    Claudio Grass

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