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sabato 28 gennaio 2012

Quante cattedre di composizione servono in un conservatorio?


Chiedo anticipatamente scusa se quanto segue spiacerà a qualcuno, perchè l'argomento è spinoso; ma voglio pormi pubblicamente delle domande volutamente ingenue, e chiedere ai lettori un aiuto per chiarirmi le idee. La questione riguarda l'adeguatezza del "offerta formativa" dei Conservatori di Musica rispetto alla popolazione scolastica e rispetto al "mercato del lavoro". La domanda nasce da una circostanza casuale: sere fa con alcuni colleghi abbiamo provato a elencare il numero di cattedre di composizione di alcuni conservatori di nostra conoscenza. Abbiamo fatto fatica a contarle, il loro numero fa spavento. Una quantità apparentemente fuori controllo, che sembra non avere più alcun rapporto con il mondo esterno, nemmeno potenzialmente, nemmeno in modo virtuale.


Ci siamo allora domandati se studiare composizione - la sovrana delle discipline musicali, che feconda la creatività e dà continuità nel tempo a questa nobile Arte! -  non sia diventato una specie di hobby, come fosse una materia complementare surrogatoria, alla quale si ricorre -mi dicono- ormai a volte per imparare non tanto i rudimenti del contrappunto, ma proprio l'armonia complementare di base, se non addirittura il solfeggio... 
I racconti uditi circa il livello di preparazione di molti allievi (e purtroppo, anche di alcuni docenti) sono discretamente raccapriccianti.
E non è nemmeno colpa degli studenti, a parere di molti: rimbalzati da un corso all'altro, nell'angoscia costante di raggiungere gli agognati "crediti formativi" previsti dalla riforma scolastica, gli studenti si affannano a frequentare le materie più diverse e a volte improbabili (la fantasia dei Consigli Accademici è quanto mai fertile nell'inventare piani di studio originali, le cui nomenclature sono spesso simili a oscuri trattati cabalistici).
La conseguenza è una infarinatura di nozioni musicali, imparicchiate un po' qua e un po' là per mancanza di tempo materiale, e un generale abbassamento della conoscenza.  
Naturalmente, non tutti i docenti sono uguali, e non tutti gli allievi prendono lo studio della composizione come una più o meno interessante escursione/vacanza. Ci sono anche molte personalità di livello, docenti di primo piano, e studenti motivati e ben attrezzati. Meno male. Ma i numeri rimangono davvero spaventosi: una ventina di classi di composizione, in un conservatorio di una (pur grande) città, che senso hanno? Sono proprio necessarie? Certo è auspicabile che qualsiasi studente di conservatorio abbia la possibilità di farsi un idea dei problemi dell'artigianato compositivo. Anche se poi suonasse il triangolo in orchestra (con tutto il rispetto per i percussionisti), saper leggere una partitura e saperla analizzare è cosa buona e utile, comunque. Ma allora si dovrebbero istituire delle corsie differenziate per chi vuole diventare compositore di mestiere, e chi desidera soltanto una preparazione generale "propedeutica" alla professione musicale, diciamo così. Il problema è  che, a quanto a me risulta, ciò non può esistere, perchè vorrebbe dire istituire delle differenze di livello tra i docenti, i quali ufficialmente sono tutti ugualmente qualificati e abilitati per legge.
Forse non sono sufficientemente informato, forse mi sbaglio: ringrazio fin da ora chi vorrà darmi maggiori chiarimenti in proposito.
Ma la domanda resta: quanti compositori è in grado di assorbire oggi un ipotetico "mercato del lavoro" della composizione? Possibile che l'unica prospettiva di riuscita per un diplomato in composizione sia quella di scrivere per il mondo "accademico", per la vita concertistica "ufficiale", che come abbiamo detto più volte, vive - nel nostro paese in particolare- una crisi epocale, che riduce gli spazi e le occasioni per tutti? 
Quanti compositori possono avere una attività realmente professionale, in un paese come il  nostro? 
Quali sono quindi i profili professionali, le competenze maggiormente suscettibili di  trovare inserimento nei diversi campi del lavoro musicale?  
Perchè mai i "compositori", come se fossero tutti dei novelli Beethoven, apparentemente disdegnano scrivere per la televisione, per il  teatro, per i vari media, e lasciano così ampio spazio ai più improbabili dilettanti?
Ditemelo voi: io non me lo spiego.
    
Poi, c'è un altro paradosso nel mondo dei Conservatori: ormai da anni pochissimi giovani, inspiegabilmente, vogliono studiare certi strumenti come il corno, il fagotto, la viola, e altri ancora. Quegli stessi strumenti che, per la loro minore diffusione, risultano i più richiesti dalle orchestre; quelli che se uno suona appena discretamente riceve offerte di lavoro -magari precario, magari non sempre di qualità, ma tante al punto da doverne rifiutare... Possibile che non si riesca, al momento degli esami di ammissione, a dirottare su questi strumenti qualcuno dei troppi che si presentano per pianoforte, flauto, clarinetto, chitarra?
Cari colleghi, correggetemi se sbaglio: è  vero o no che a causa di questo fenomeno nei vari conservatori ci sono parecchie classi semivuote, con docenti che non riescono a riempire il loro orario, e si sentono per questo umiliati e a rischio? Possibile che il Conservatorio non sia in grado di attuare una più sana "politica dei flussi", più legata alle esigenze del mercato del lavoro; che non riesca a far capire alle famiglie che è più conveniente, visto che i loro figli  vogliono studiare musica, scegliere strumenti con i quali possano correre meno rischi di trovarsi disoccupati? 

Infine, mi domando:  se io fossi direttore di un Conservatorio, sarei in grado di fare qualcosa di utile per invertire la tendenza? 
Perchè parliamoci chiaro: se non aumentano gli studenti, niente può giustificare l'esistenza di classi vuote, con docenti inamovibili a norma di legge, e pagati  come gli altri.
Difendendo  l'indifendibile si finisce col dare ragione ai  vari Brunetta che hanno  fatto della battaglia contro il pubblico impiego un' arma impropria e demagogica.
Una semplice Gita a Chiasso, come consigliava già molti anni fa Alberto Arbasino per uscire dalle nostre logiche provinciali, sarebbe più che sufficiente per vedere come altrove si sia affrontato e risolto il problema. 
Qui da noi invece, nei Conservatori (e non solo) pare che non si possa muovere foglia: e allora, ammettendo che sia necessario -e possibile dal punto  di  vista amministrativo- diminuire il numero dei docenti, ciò vuol dire nel peggiore dei casi far perdere il posto di lavoro a delle persone, la maggioranza delle quali probabilmente non è più in età da cercare alternative, e non ha altri redditi.
Ma c'è poco da fare: nell' Era Monti pare ormai che sia tempo di mettere sul tavolo la questione, e superare il tabù dell'intoccabilità della cattedra garantita a vita. 
Il problema è spinoso, insomma. Ma bisogna affrontarlo, perchè anche questo vuol dire attuare la convergenza verso le best practices politiche europee, cercando di  allinearsi alle istituzioni analoghe degli altri paesi.   
Ditemi voi cosa ne pensate....  






6 commenti:

  1. Caro Renato, trovo questo tuo appunto molto interessante, benchè io non sia né un musicista né abbia frequentato i conservatori, se non in gioventù e per pochi anni. Il mio interesse per questo tuo scritto, come per altri, è che le questioni aperte nel campo della musica colta sono alla fine molto simili a quelle aperte in altri ambiti, come, ad esempio, in quello universitario nel quale lavoro. Ti posso assicurare che prima, durante e dopo i dibattiti pro o contro la riforma Gelmini, tutti noi ci siamo chiesti il senso della proliferazioni delle sedi universitarie, dei corsi di laurea stravaganti, delle proposte formative esotiche o eccessivamente rindondanti. In tutte queste questioni, il minimo comune denominatore è da una parte l'incapacità a gestire le cose in modo razionale, dall'altra un meccanismo (qui parlo dell'università non so nei conservatori come funziona) di cooptazione generalizzato che negli anni ha creato una situazione in alcuni casi folle. Se nei conservatori c'è il problema di un'esuberanza di cattrede di composizione, nell'università c'è un problema di esuberanza di corsi di laurea attivati da certi potentati per creare un'esigenza didattica sulla quale richiedere risorse. Nell'università questo problema naturalmente risolvendo con la chiusura di questi corsi sulla spinta, suo malgrado, della riforma Gelmini e dei suoi addentellati (per gli addetti ai lavori il celebre decreto 17).Il vero problema però è che non vedo una nuova generazione di accademici in grado di capire che non sarà pensando solo al proprio tornaconto che si farà il bene di queste istituzioni e degli studenti che le frequentano.

    Luca Bertini

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    1. Caro Luca, grazie per il tuo commento.
      Credo che i problemi delle Università e dei Conservatori di musica ( che in modo alquanto rocambolesco sono diventati anch'essi "università" dopo la riforma) siano abbastanza differenti per quanto riguarda il reclutamento dei docenti, l'articolazione dei corsi di laurea eccetera, ma probabilmente molto simili per la crescente burocratizzazione che ingessa cattedre, organici, piani di studio, e fa perdere il contatto con il mondo esterno.
      Non era mia intenzione suscitare polemiche gratuite nè gridare alla "casta", per carità: ma certe domande di buon senso forse è ora di porsele seriamente, e cercare di porre rimedio almeno alle storture più macroscopiche.

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  2. "se io fossi direttore di un Conservatorio , sarei in grado di fare qualcosa di utile per invertire la tendenza?" questa è la domanda "politicamente" interessante: reindirizzare le richieste formative è senz'altro una missione didattica e professionale di alto livello; e credo che sia attuale anche per discipline non artistiche (io non capisco il grande successo delle discipline universitarie di tipo "amministrativo" e del loro successo per l'utenza femminile, a discapito delle grandi discipline tecnologiche e scientifiche, guarda le statistiche delle iscrizioni). La formazione accademica musicale soffre ancora di una sorta di provincialismo ottocentesco: alcuni strumenti sono "minori", il pianoforte è il padrone di casa, la musica d'assieme e corale non hanno lo spazio che dovrebbero avere. E - ciliegina sulla torta - l'impostazione di teoria musicale si basa ancora sulla "capacità di lettura" e di "analisi" e non, come dovrebbe, sulla scrittura, sull'arrangiamento, sull'improvvisazione, grandi discipline del passato che oggi paiono scomparse. Questo è, a mio parere, il grande mercato del lavoro dei didatti della composizione: imporre gradualmente le discipline di scrittura musicale come obbligo per tutti. Nessuno impedirà ai c.d. dilettanti di studiare e suonare un qualunque strumento: ma la formazione accademica deve mirare a strumentisti "maestri di musica" e farlo attraverso l'obbligo (retribuito in crediti formativi) della pratica orchestrale, corale e della scrittura, prendendo a modelli le grandi accademie europee (dappertutto è consuetudine come minimo il c.d. "dettato" anche polifonico e non tonale). Io sono moderatamente ottimista: ho visto e vedo una gran quantità di persone di talento, spesso compresse dentro schemi didattici e professionali che vanno totalmente rinnovati.
    Leonardo Asso

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  3. Unanswered questions.
    Le domande potrebbero moltiplicarsi. Qualcuno ha quantificato il "fabbisogno" annuo di violinisti nelle orchestre italiane. Pare che il numero si aggiri attorno alle quattro unità. Non so se sia realmente così. Mettiamo anche che il numero sia errato per difetto. Di quanto? Quanti violinisti professionisti "servono" in Italia ogni anno? Quante classi di violino occorrono a formarli? Che ne è delle legioni di pianisti che si diplomano ogni anno nei conservatori? Dobbiamo attenderci che tutti imbocchino la via del professionismo? Osservo di sfuggita che in passato l'attesa non era certo questa. Ma forse oggi esistono buoni motivi per guardare alle cose con occhi e attese diverse.

    Caro Renato, alla tua bella e imbarazzante domanda "Quante cattedre di composizione servono in un conservatorio?" si potrebbe provare a rispondere con un'altra domanda. Quale competenze dovrebbe essere in grado di fornire al compositore d'oggi il conservatorio d'oggi? Sfoglio gli ordinamenti del triennio approvati appena due anni fa. Nelle materie d'obbligo per il diploma di composizione ritrovo le fatidiche "Pratica organistica e canto gregoriano", "Esercitazioni, corali", "Poesia per musica e drammaturgia musicale".
    Ancora qualche interrogativo. E' davvero questo il genere di competenza che un compositore d'oggi non dovrebbe mancare di annoverare nel proprio bagaglio? La domanda potrebbe ripetersi numerose volte, non solo per i compositori. E' lecito sospettare che i nuovi ordinamenti siano stati concepiti con un occhio alle classi di concorso, più che alla professione de compositore e del musicista in genere nel mondo d'oggi? Temo proprio di sì, e allora l'interrogativo, ancora più pressante e inquietante riguarda proprio un problema generale di adeguatezza dei conservatori e della didattica musicale in genere. (Sia detto col massimo rispetto per le grandi professionalità e intelligenze che la didattica musicale esprime, fuori e dentro i conservatori).

    Il problema della "universitarizzazione" dei conservatori, l'urgenza del giusto interrogarsi rispetto agli sbocchi professionali di un iter di studi tanto poco "utilitaristico" quanto può essere quello del musicista, del letterato o del filosofo, ci ha indotti a un irrealistico schiacciamento della cornice all'interno del perimetro professionalizzante. Abbiamo introiettato la cattiva coscienza di Brunetta & co. prima ancora che questi neo-utilitaristi assoluti e assolutisti ci presentassero il conto. Ma la cattiva coscienza è stata introiettata solo a livello di vuoti slogan, se alla questione della professionalizzazione del compositore si rispnde con l'attuale curriculum di materie e studi. Morale, è l'accademia ad essersi rinchiusa nel fortilizio (disarmato) del dogma professionale ancor prima di esservi stata ricacciata dentro.
    E' chiaro che il tema del dispendio di risorse, energie, anni di studio è forte e drammatico, specie in tempi di crisi, e che non può essere in nessun modo eluso. E' altrettanto chiaro che gli ordinamenti costruiti all'interno del claustrofobico labirinto delle classi di concorso sono anche il frutto della miseria di risorse in cui versa la formazione musicale italiana, purtroppo anche nei conservatori. (I direttori fanno autentici miracoli e ripetono all'infinito il virtuoso prodigio delle nozze coi fichi secchi).

    Quel che non condivido, e che in tutta franchezza considero anche una scelta suicida e di profonda impotenza ideale e culturale, è il livello del dibattito e delle idee in gioco, è l'aver supinamente accettato di porre il problema della formazione musicale esclusivamente e INTEGRALMENTE all'interno del perimetro della discussione sulla professione musicale.
    Un caso un po' freudiano di cattiva coscienza, verrebbe da dire...
    Andrea Melis

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    1. Caro Andrea, grazie per l'attenzione che mi hai dedicato .
      Le ulteriori domande che tu poni meriterebbero pagine e pagine di commento e riflessione.
      Da un lato c'è il problema dell'adeguamento dei programmi di studio , e della loro corrispondenza con le professionalità richieste dal "mercato"
      A questo riguardo, mi limito a dire che d'altronde non ha più senso chiedersi quale sia " "fabbisogno" annuo di violinisti nelle orchestre italiane" , se non altro perchè ormai l'orizzonte è quanto meno europeo. Tra i molti allievi che ho avuto , una stima approssimata mi dice che circa il 50 % si è trasferita all'estero , spesso in altri paesi europei, ma a volte anche in altri continenti. La competizione è ormai estesa a livello planetario e non ha più alcun senso l'impostazione autarchica dell'educazione musicale.
      Il problema centrale è , semmai , la QUALITA' dell'insegnamento: intesa non soltanto come qualità della classe docente , ma anche delle strutture, dei servizi, delle opportunità formative fornite dalle scuole musicali .
      E qui, spiace dirlo, in Italia siamo molto in ritardo.

      Dall'altro lato c'è, come tu fai giustamente notare, un progressivo appiattirsi dell "ideologia" ( o falsa coscienza, per dirla col vecchio Marx) delle istituzioni accademico/universitarie sul pensiero mercatista, incarnato qui da noi dai vari Brunetta, Bondi e a quanto pare purtroppo anche dai ministri del nuovo governo.
      Mi riproponevo di parlare di questo argomento in un altro momento , ma credo che tu abbia fatto benissimo a richiamarlo come commento.
      In altre parole, ciò che è in questione è il ruolo della formazione e della "cultura" nella società del capitalismo globalizzato, e come si può trovare un equilibrio tra la libertà di docenza e di apprendimento, il rifiuto di assoggettare la formazione solo e soltanto alle logiche del mercato , ma tenendo conto della ( necessaria, dopo tutto ) connessione col mondo reale, per non ritrovarsi nell'irrilevanza della propria turris eburnea ...

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  4. Caro Renato, molte sono le considerazioni che scaturiscono dalla tua domanda e che vedo già presentate qui sopra in maniera sostanzialmente condivisibile (almeno dal sottoscritto); trascurando (colpevolmente!) i problemi profondi che vengono sollevati (il ruolo del compositore, i problemi relativi ai programmi e alla formazione e così via), volo basso e mi limito a dare qualche dato concreto relativo alla questione di partenza per avere presente il quadro della situazione (almeno a Torino, dove insegno): le classi di Composizione sono sette e, almeno fino ad oggi, non hanno avuto mai problemi rispetto alle domande di ammissione; si è probabilmente assottigliata la possibilità di operare una certa selezione fra i candidati, ma molte delle classi viaggiano con un numero di allievi decisamente superiore al limite minimo. E' però da sottolineare come, con l'avvio dei Trienni e dei Bienni, noi docenti di Composizione (tutti, senza creare fasce differenziate) si sia impegnati in un numero spesso consistente di ore di docenza relative a corsi e moduli di natura analitica o blandamente compositiva aventi come destinatari, per lo più con lezioni collettive, studenti di strumento. Dal momento che questi corsi, a causa delle risorse finanziarie scarsissime a disposizione, si svolgono nel nostro orario di docenza, lo spazio a disposizione degli allievi si assottiglia. Questo fa sì che inevitabilmente il numero di studenti di Composizione, a parità di numero di docenti, sia verosimilmente destinato a contrarsi naturalmente in futuro. Oltre a ciò, negli anni si è effettivamente operata una limatura più o meno notevole rispetto a certe offerte davvero sproporzionate (da noi ha riguardato la riconversione di una sola cattedra di composizione, qualche anno fa; altrove gli interventi sono stati più incisivi) a favore di corsi in grado di rispondere meglio alle richieste dei potenziali iscritti (penso, piaccia o non piaccia, all'ampliamento esponenziale dei corsi di jazz o pure di musica antica). Tutto questo non certo per dire che le cose si stiano evolvendo nel migliore dei modi (probabilmente penso l'opposto, o almeno lo temo...) e, ripeto, tralasciando altri aspetti gravissimi ai quali tu facevi cenno, come - uno per tutti - l'attuale impossibilità di un reale controllo rispetto alla qualità della docenza. Per ora mi limito a queste poche righe...

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