"Sto diventando un po' troppo critico per potermi illudere ulteriormente di avere qualche talento" - F. Nietzsche


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"I pecoroni non vogliono diventare padroni del loro lavoro!" - C.T.


"Tutta la musica è contemporanea."

martedì 17 gennaio 2012

"Si è nella storia fino a quando si ha la capacità di incidere realmente nella società"

Con molto piacere pubblico su questo blog un articolo che il musicologo  e compositore Giovanni Guaccero ha scritto nel lontano 1999 (!!), e nel quale con coraggio, e in anticipo di parecchi anni, traccia una analisi storico/sociologica,  precisa e lucida, dello stato della Mus.Cont. in Italia, e una sintetica ipotesi  di lavoro per il futuro.
L'idea che "quella" certa Mus.Cont. sia in grande crisi è ormai stata digerita dalla maggioranza dei musicisti e del pubblico: meno da coloro che per convenienza personale, o per convinzione ideologica, non si  decidono ancora  a consegnare alla Storia e alla musicologia un fenomeno che sembra aver sostanzialmente esaurito la sua "forza propulsiva". Ma la storia è testarda, e va avanti comunque. Nel frattempo, dato che sempre nuove generazioni di appassionati e di  ascoltatori si  affacciano alla scena del mondo,  sarebbe buona cosa eseguire con maggiore frequenza, come si  fa per qualsiasi altra parte del repertorio "classico", le opere importanti dell'avanguardia storica, i veri "capolavori". E ce ne sono moltissimi  che, sfortunatamente, si ascoltano raramente dal vivo, almeno  nel nostro paese. Sarebbe bene introdurli regolarmente nel "repertorio", insieme alla letteratura classica e antica, in prospettive e abbinamenti storico/ musicologici nuovi e creativi. 
Smettendo però, finalmente,  di  chiamarli  Musica Contemporanea.
Per chi  fosse interessato , sul sito dello  stesso  Guaccero sono reperibili altri interessanti interventi dello stesso periodo su questo argomento, più articolati e approfonditi, e in particolare  "Musica contemporanea, stile novecentesco e nuove generazioni" e "La ricezione della musica contemporanea". Ne consiglio vivamente la lettura, ringraziando Giovanni Guaccero per la cortese disponibilità.  



La "musica contemporanea" è un genere musicale?

di Giovanni Guaccero / pubblicato su NC News (bollettino di Nuova Consonanza) Marzo 1999, anno II – n. 1.

Utilizzato in principio per definire una periodizzazione storica, il termine "musica contemporanea" è passato ad indicare nell'immaginario collettivo un vero è proprio genere musicale con determinate caratteristiche stilistiche, fatto oramai accettato nel linguaggio corrente anche dagli specialisti: basta aprire una rivista musicale o recarsi presso un negozio di dischi, e subito ci accorgiamo che tra i generi musicali contemporanei troviamo appunto anche il genere "contemporanea",  che non necessariamente è esaustivo di tutti i generi di musica "colta" che si producono oggi, basti pensare al jazz contemporaneo o alla musica per film o alla stessa "musica classica" che dal punto di vista del mercato e della fruizione anch'essa è un genere contemporaneo. 
Ma la "musica contemporanea" "è" la musica di oggi (come ad esempio poteva essere contemporanea rispetto alla propria epoca la musica di Beethoven) o è diventata negli ultimi anni un genere musicale fra tanti?
Io personalmente propendo per la seconda ipotesi, fondamentalmente per motivazioni storiche e sociali: sono convinto che una musica sia rappresentativa di una data epoca se è fruita almeno nell'ambito sociale in cui nasce.
Così nell'ottocento la società borghese si alimentava degli oggetti artistici prodotti dalle proprie élites e quindi è lecito affermare ad esempio che la musica dell'epoca in Italia "era" per una larga parte quella operistica. Nel novecento questo rapporto si è progressivamente interrotto, e la società borghese una volta massificata sceglie altri modelli e viene così reciso il rapporto d'interscambio con le proprie élites intellettuali creative. Perciò quella che noi chiamiamo musica contemporanea, a mio giudizio non è più "la musica di oggi", cioè non è la vera musica contemporanea, ma è appunto uno dei principali generi della musica colta dei nostri tempi, che fa riferimento ai filoni storici delle avanguardie europee sviluppatesi negli anni cinquanta (non è detto che la musica rappresentativa di un'epoca sia necessariamente la più complessa, come non è detto che lo sviluppo di forme artistiche vada storicamente sempre dal semplice al complesso).

Provando ad osservare il genere "contemporanea" dall'esterno due caratteristiche mi appaiono preminenti:
-l'autoreferenzialità, ossia la coincidenza tra produttori e fruitori, essendo oggi un genere fruito quasi esclusivamente dalla stessa categoria che lo produce, e 
-la preponderante estraneità ai codici comunicativi dominanti nella società, come ad es. il codice ritmico, che oggettivamente portano ad una crisi nel rapporto con il pubblico. Genere dove sicuramente si è accumulato gran parte del sapere compositivo della tradizione colta occidentale ha poi in alcuni settori progressivamente sostituito il valore artistico di un'opera con quello che definirei il "marchio di garanzia scientifica", per cui il valore di un oggetto musicale è misurato quasi esclusivamente rispetto al suo valore scientifico, al di là del significato artistico, e quindi comunicativo, di un'opera.
Ma per quali cause la "musica contemporanea" non può più dirsi rappresentativa della musica di oggi? 
Prima di tutto ritengo che ci siano cause storiche di lungo periodo. L'idea ancora diffusa oggi nei musicisti contemporanei di sentirsi "centro" di un processo storico, trova parte delle sue radici nel secolo scorso, in un momento storico in cui all'espansione dell'arte borghese corrispondeva una effettiva egemonia e centralità economico-politica dell'Europa. Oggi il pensiero artistico non si è adeguato al fatto che il novecento storicamente ha segnato la fine di questa centralità e dei modelli che questa ha prodotto non solo in Europa. E se sul piano storico, politico ed economico si può considerare il novecento il "secolo americano", sul piano musicale si potrebbe senza dubbio definire il secolo afroamericano, sia perché da lì hanno origine a cavallo tra i due secoli modelli musicali che saranno poi dominanti in tutto il mondo, sia soprattutto nel senso di una rivoluzione delle prassi esecutive che ha portato ad una centralità del corpo umano e dell'oralità, che comunque restano fenomeni non estranei alla storia della cultura occidentale: è come se dopo secoli in cui il segno grafico si era andato progressivamente astraendo dal suono, l'oralità abbia fatto di nuovo irruzione grazie anche alle novità tecnologiche. Comunque non penso assolutamente che ad una presa d'atto di ciò debba corrispondere un adeguamento stilistico da parte di chi scrive musica: anzi è importante che esistano anche dei baluardi alla americanizzazione delle forme culturali. La presa d'atto però può forse servirci a comprendere meglio la realtà, e può farci capire che nella società mondializzata, è più "esoticamente altro" il purismo stilistico piuttosto che l'utilizzo di modelli e forme che sono il pane quotidiano nella nostra società borghese massificata, come in fondo le arie d'opera lo erano per la borghesia del secolo scorso.
Su un piano sociale in questo secolo c'è poi il problema di come si sono ridefiniti i rapporti tra la società borghese e le proprie élites creative. In questo senso la storia della musica del novecento, intesa come rapporto tra creazione e fruizione, mi appare come la sovrapposizione di due coni incrociati dove uno, quello della cosiddetta musica extracolta si allarga, e l'altro, quello della musica colta si restringe e si esaurisce, finendo ai margini della storia, in quanto, a mio giudizio, si è nella storia fino a quando si ha la capacità di incidere realmente nella società. Questo perché nel momento in cui la cultura borghese diviene cultura di massa i modelli dominanti si bipolarizzano in due direzioni: la musica cosiddetta leggera e la musica colta del passato. In questo contesto le neoavanguardie non seppero dare una risposta adeguata, anche rispetto alle nuove opportunità fornite dai mezzi di comunicazione di massa, e rivolsero la loro azione su un terreno, quello del rinnovamento del linguaggio dall'interno (cioè non necessariamente legato ad un processo comunicativo), che sicuramente non era più il luogo privilegiato dei processi di mutamento in atto: questo luogo era evidentemente la rivoluzione epocale delle prassi di comunicazione musicale provocato dalla diffusione attraverso i nuovi mezzi tecnologici della cultura afroamericana e dei suoi derivati. Forse parte della cultura di sinistra avrebbe potuto "pasolinianamente" tentare una reazione diversa alla massificazione e alla omologazione culturale, che non fosse il semplice ripiegamento su se stessi del tutto interno alla storia borghese (penso ad una via bartòkiana, ma anche alla nostra Giovanna Marini o a un Mario Schiano). 
Così, rifiutata dalla stessa classe sociale da cui proveniva, la grande tradizione compositiva colta ha compiuto l'ultimo grande e drammatico gesto storico: l'autoesclusione dalla storia, causata dalla definitiva separazione dal sociale. Certo in Italia la fine degli anni settanta, quando l'avanguardia perde anche la sua carica di provocazione sociale, rappresentano una cesura storica, considerando anche l'imminente ondata neoliberista che da lì a poco si sarebbe abbattuta sulla cultura e la politica dell'occidente. E l'aver accettato l'assenza della creatività dalle grandi istituzioni musicali ha specularmente trasformato la "cantina", il luogo alternativo dove era anche espressa una carica di contestazione sociale, in un "ghetto" dorato, dove ogni evento diviene innocuo e tollerato, tagliato fuori dalla società. 
Oggi questa autoesclusione dai grandi processi di mutamento della società non mi sembra sia considerata un problema prioritario, e anzi mi appare ancora dominante una mentalità legata ad una impostazione storiografica "anni cinquanta", che, con il suo "evoluzionismo eurocentrico" (per usare parole di Roberto Leydi), considero oggi uno strumento totalmente inadeguato per interpretare una società complessa come quella delle metropoli moderne, così ricche di apporti culturali diversi: in fondo interpretare l'oggi con quegli strumenti critici sarebbe come leggere le avanguardie del primo novecento con gli stessi strumenti della critica romantica. 
In questo senso ritengo grave anche che le nuove generazioni di compositori non esprimano una netta discontinuità con il passato: in fondo sono quasi tre generazioni che non si verifica una netta frattura stilistica, per cui in determinati contesti la musica di un trentenne non si distingue profondamente né da quella di un cinquantenne né da quella di un settantenne. Ma in questa situazione come è possibile interpretare gli eventi musicali? Di sicuro il critico specialista come lo avevamo conosciuto fino ad oggi, nella sua veste di mediatore tra produttori e fruitori non ha più una funzione nell'ambito del genere "musica contemporanea", in quanto non esistendo un pubblico che sia estraneo all'ambiente musicale, viene naturalmente a mancare uno degli elementi della "mediazione". Certo non ci sono soluzioni immediate, ma penso che un aiuto agli autori di oggi per ricollocare il proprio lavoro nei settori vivi della società potrebbe venire sia da un rapporto con studiosi di altre aree, come gli storici, gli etnomusicologi o gli studiosi della musica afroamericana, sia da un confronto con un mercato musicale "reale" e non più esclusivamente assistito: rapportarsi con il "mondo esterno" in questa fase storica forse potrebbe aiutarci a comprendere come realmente siamo, aldilà di come vorremmo essere.

10 commenti:

  1. Un grande articolo! Non sono riuscito ancora a leggere tutti i pregressi (in particolare mi manca Lenzi che mi interessava particolarmente) ma questo è assolutamente perfetto, un percorso chiaro, logico, ogni parola necessaria. Complimenti.
    Andrea Fontemaggi

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    1. Esistono parole necessarie?

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  2. Raffaele de Tintis18 gennaio 2012 10:43

    Di recente ho letto un testo che propone e sviluppa argomentazioni simili...

    Fear of Music: Why People Get Rothko But Don't Get Stockhausen
    David Stubbs, Zero Books

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  3. L'arte appartiene allo spirito e lo spirito è intemporale. La Storia non è che una giostra, quando non un circo, un girare a vuoto di eventi ciechi persi nel caos dell'incomprensibile. Una musica che aspiri ad una dimensione artistica è il protendersi dell'animo alla metafisica: è ora che l'orecchio si faccia plurale, aperto ad ogni esperienza d'ascolto, aperto all'alterità. E' ora che l'artista sia veramente libero.

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  4. P.S.
    Chiedo scusa per il tono perentorio del commento precedente. Condivido in pieno la splendida analisi di Giovanni Guaccero sulla crisi della Musica Contemporanea ma la mia sensibilità si pone in una prospettiva diversa (forse antiquata e superata, comunque, assai ostinata).
    Non è la musica che deve cambiare. Nella mia ottica, la musica sgorga dal profondo d'un'esigenza espressiva che mira alla purezza e in quella purezza, anche solo agognata, c'è il tutto d'un senso possibile: è il pozzo vuoto della vita (per dirla con Amelia Rosselli) dal quale l'ascoltatore può attingere ogni cosa.
    Non dobbiamo cambiare musica, dobbiamo cambiare orecchie per non cedere a quella che Adorno definiva "regressione dell'ascolto".

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  5. Antonio Folena:
    Perfettamente d'accordo con Nespola. L'analisi di Guaccero, seppur lucida, non tiene conto della -qualità- dell'artista di "doversi" avventurare in territori sconosciuti, di proiettarsi in esistenze dissimili da quelle attuali. Ciò è poco conciliabile con "esigenze" di comunicazione a tutti i costi.

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  6. Ringraziando il signor Folena dell'appoggio, colgo l'occasione per fare un ultimo appunto: di quale storia stiamo parlando? A me sembra che la mercificazione, la globalizzazione e l'omologazione abbiano inghiottito persino la storia, cosa di cui il postmoderno ha preso atto ma dalla quale non ha saputo sviluppare nulla di costruttivo. L'arte è una forma di pensiero e come tale il fruirla dovrebbe essere un rischio, un aprirsi all'altro per esplarare un mondo con il quale si può anche entrare in conflitto. La noia, l'irritazione e persino la rabbia, fanno parte del gioco. Temo che le persone siano sempre più propense ad abbandonarsi ad un ascolto meramente lenitivo dimenticando quel senso d'inquietante estraneità (la Unheimlich freudiana) che è la radice d'ogni opera d'arte.

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  7. "Non dobbiamo cambiare musica, dobbiamo cambiare orecchie "
    "...senso d'inquietante estraneità (la Unheimlich freudiana) che è la radice d'ogni opera d'arte".

    Non potrei dire meglio . in un altro mio post ho parlato della "numinosità" della vera musica. Credo che ogni musicista onesto conosca questo mistero, e lo persegua ogni giorno .

    E' vero, scrivere musica non è come risolvere un'equazione ( ammesso e non concesso che anche per risolvere un equazione non ci voglia dell'arte, della creatività) , non è qualcosa che si risolve interamente in un progetto razionale. è un cammino la cui meta è incerta.

    Ma sinceramente io non vedo nel testo di Guaccero alcun segno di eccessivo razionalismo. alcuna certezza dogmatica.
    Al contrario , quello che mi ha spinto a pubblicarlo è proprio l'onesto riconoscimento della fine di un certo utopismo scientista applicato alla musica.
    Forse può trarre in inganno il tono dell'articolo , asciutto, di impostazione sociologica.
    MA a me sembra necessario e utile, dato il contesto per il quale è stato scritto.
    Anche i poeti a volte si fanno lucidi antropologi.
    Leggere le recensioni e i saggi di Baudelaire ad esempio , per credere !

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  8. Ciao Renato,
    ho letto con stupore questo articolo che tu proponi. Ci sono argomenti che non riesco a catalogare solamente come ... inesattezze o mancanze..
    Prima di tutto Guaccero dovrebbe pensare alla storia in maniera diversa. Difficilmente qualcuno o qualcosa sarà mai fuori dalla storia.. forse Dio, ma io non credo, né a Dio e nemmeno a Guaccero. Dire che si è nella storia se si ha una relazione con la società.. è una stupidaggine poichè anche un non-rapporto, una non-relazione o altro di negativo è assolutamente un legame con la società. Essere dentro o fuori dalla storia fa sorridere per ciò che evoca.. Ma in ogni caso, anche prendendo metaforicamente queste parole, sembra proprio di andare incontro al muro della concezione della storia di tipo marxista, peraltro mai aggiornata. -Marxista in senso strettamente filosofico- Anche solo pensando a Walter Benjamin possiamo già trarre conclusioni diverse da quelle sopra esposte. E proprio Benjamin pone il problema della riproducibilità dell'arte. Allora è chiaro che abbiamo dei problemi di termini poichè la definizione di Musica Contemporanea è difficile, ma non possiamo cadere nel tranello delle parole e della loro stratificazione. Sappiamo bene che oggi la memoria di una società ha un atteggiamento attivo verso la cultura corrente, ed è ben diverso dai secoli passati, quando non era possibile riprodurre alcunché in campo musicale. Così che certo, Bach e Mozart sono anche nostri contemporanei, ma in maniera diversa. Essenzialmente diversa. La loro capacità relativa nei confronti della nostra società è diversa, come è diverso il ruolo oggi dell'Eneide e delle poesie di Zanzotto. In secondo luogo frasi come queste: "-l'autoreferenzialità, ...... e
    -la preponderante estraneità ai codici comunicativi dominanti nella società..." ma cosa vogliono dire? Esiste un'arte non autoreferenziale? E la preponderante estraneità etc.. è un'aberrazione. Il percorso storico che ha portato all'allontanamento del pubblico non dipende dai compositori, non è dipeso da nessuno di loro. C'è nella musica di oggi tutta la sapienza della musica del passato più le novità che l'ultimo secolo ha prodotto, la musica di oggi è organica alla storia della musica, e vorrei vedere come si potrebbe confutare questo. Ora che per molti e vari motivi sia accaduta la frattura e che ora si debba pensare a sanarla è una cosa, ma solo pensare che un manipolo di compositori oggi continui a dirsela addosso per fare gruppo mi sembra una castroneria senza eguali. Forse ai nuovissimi o a sentire i peggiori va poca gente.. ma cosa c'entra? La scienza nella sua parte tecnica e non divulgativa, ha forse più "pubblico"? E la filosofia? E il teatro d'avanguardia? E la poesia rara dei grandi viventi vende qualcosa? E andando più a fondo in musica possiamo chiaramente notare che c'è una profonda unità logica, filosofica e psicologica tra la musica nuova e le arti e le scienza di oggi. Io sono convinto che si possa e si debba riconquistare il pubblico, ma non chiedendo agli artisti di rinunciare... qui si! alla propria storia.. ma trovando in essa gli spunti, in un modo di ragionare aperto e inclusivo, capaci di portarci al di là della secca. Per quanto riguarda la fine dell'utopismo scientista sono d'accordo con te, ma ricordiamoci che è sempre stato sempre e solo un atteggiamento.. un'estetica, un modo di.. pavoneggiarsi forse.. La musica è sempre stata bella o brutta, anche fra i cartesiani più incalliti non si è mai fatta scienza, grazie a dio...

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  9. Ciao Sergio, grazie del commento.

    ma.... le cose che tu dici sono forse troppo complicate per me !
    l' unica tua frase che ho capito credo bene, e sulla quale sono d'accordo è :
    "Io sono convinto che si possa e si debba riconquistare il pubblico, ma non chiedendo agli artisti di rinunciare... qui si! alla propria storia.. ma trovando in essa gli spunti, in un modo di ragionare aperto e inclusivo, capaci di portarci al di là della secca"

    il resto purtroppo è superiore alle mie facoltà cognitive ( almeno, in questo momento) .
    Ti chiedo scusa..

    un abbraccio e grazie ancora !

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