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mercoledì 4 gennaio 2012

L'arte (e la musica) contemporanea tra χρόνος e καιρός

Continua la pubblicazione di contributi di lettori del mio post La Musica Contemporanea è mortaRaffaele De Tintis propone qui di seguito, a mo' di veloce nota su Facebook, una sua originale riflessione sul rapporto tra passato e presente nell'espressione artistica, a partire dal  libro  di Francesco Bonami, "Lo potevo fare anch'io", Milano, 2007.(*)


Prendo dalla mia Billy/IKEA il testo che Francesco Bonami ha scritto qualche anno fa per spiegare, a chi non ne sa nulla, l´arte contemporanea. A me me piace Andi Varol è il settimo capitolo, dove si parte da una considerazione a tutti nota: storicamente, gli artisti colti detestano quelli pop piu´ di quanto avvenga il contrario. Nel testo che segue, Bonami dice la sua su cosa sia arte colta e arte pop, ricorrendo ai due termini che i greci usavano per chiamare il tempo: kairos e kronos.




Estratto dal Capitolo 7°: "A me me piace Andi Varol".


"Duchamp, Fontana, Pollock: tutti e tre hanno fatto la loro rivoluzione, uno esponendo un gabinetto, l'altro tagliando le tele, il terzo sbrodolandoci sopra. A nessuno però era mai venuto in mente di usare come modello per un quadro la spesa fatta al supermercato. Ci penserà Andy Warhol, iniziando la rivoluzione dell'arte consumista. Andy Warhol, ha dichiarato l'artista Jannis Kounellis, "e´ un ciarlatano". Dove sta la ragione di una simile affermazione? Vediamo un po'.
Jannis Kounellis

Jannis Kounellis..., esponente di spicco e di ripicca dell'Arte Povera, appartiene agli artisti che abbracciano l'antico concetto di tempo, il greco χρόνοςKronos è il tempo disteso, lento, della saggezza,  ma anche della vecchiaia.... 
Kαιρός (Kairos) è un altro tipo di tempo: quello dell attimo, dell' occasione, del momento; il tempo, in poche parole, di Andy Warhol. Tutta l'arte si divide fra queste due categorie di tempo, e l'una non è migliore dell' altra. Una però puo essere più eccitante. Gli artisti che lavorano secondo il kairos... non disprezzano gli artisti devoti al kronos quanto questi disprezzano i primi. Per quale motivo? 
Un opera di Warhol, anche se risale agli inizi degli anni sessanta, sembra fatta ieri. 
Un opera di Kounellis, invece, per quanto recente sia, sembra spesso fatta negli anni sessanta. Diventa allora una questione di gusti, tra chi si appassiona al presente e al suo continuo scorrere, e chi si interessa al passato e all' idea che esso possa essere costantemente ricreato. 
Quando realizzava i suoi lavori, negli anni sessanta, Kounellis era immerso nel kairos fino al collo. Ma pensare di trascinarsi dietro un momento di presente, sperando che non perda in freschezza, si rivela un illusione. E' il kairos a trascinare noi....
Andy Warhol
Warhol faceva il contrario di Kounellis: prendeva il kronos, quello per esempio della pittura antica, tipo la Monna Lisa o l'Ultima cena di Leonardo e lo trasformava in presente. In questo modo riusciva a evitare il rischio dell invecchiamento precoce, rinunciando anche all'opportunità di diventare saggio, ma portando sempre con sè la freschezza del presente... L'arte di Warhol ... piace sopratutto perche contiene quello di cui siamo fatti noi, il presente.
Kounellis con la sua arte vuole parlarci del mondo ideale dello spirito, degli aspetti profondi, archetipici dell'umanità. In questo suo tentativo ambizioso a volte scivola nella banalità, tanto inafferrabili sono i concetti ai quali fa riferimento. 
Partendo dalla banalità, invece, Warhol, riesce alla fine a farci afferrare con più chiarezza di cosa la nostra vita oggi sia veramente fatta, e quali rischi corriamo. Contrariamente alle sue stesse intenzioni, l'arte di Warhol inevitabilmente ci mette in guardia contro le insidie del presente.
Un artista iscritto al kronos parte dall'universo, e a poco a poco si riduce dentro un bicchier d'acqua.
Uno devoto al kairos invece è cosi ossessionato dal suo bicchier d'acqua che alla fine riesce a inventarsi dentro un universo.
Warhol non ci offre un bicchiere di universo ma un bicchiere d'acqua universale. Artisti come Kounellis ci parlano della Storia, quelli come Warhol una storia ce la raccontano. 
Abbiamo bisogno di tutti e due. "


Queste cose le ha scritte Francesco Bonami, dunque, per ogni eventuale, citofonare Bonami. Quanto segue invece sono mie osservazioni in disordine.
A me l´idea che tutto si dispieghi nello spazio tra kronos e kairos interessa molto. Mi sembra che in tutte queste cose abbia trovato il modo di infilarsi ancora una volta (e ti pareva) il criterio di indeterminazione di Heisenberg, in uno dei suoi mille travestimenti in maschera. 
Gli artisti che lavorano sul kairos, quelli pop, cercano di rappresentare l'attimo, quello che si respira in questo istante. Per fare questo devono dimenticarsi la saggezza eterna, non possono portarsi dietro 2000 anni di mobili vecchi della storia della musica.
La conseguenza e' che il proprio lavoro vale forse un attimo, poi diventa subito vecchio. Il motivo dell' invecchiamento veloce non e' dunque, come un docente  medio di conservatorio direbbe, dovuto alla bassa qualità, alla superficialità, ma e' correlato agli obiettivi del lavoro stesso. Salvo ovviamente infortuni, che si verificano raramente, quando un artista riesce a rappresentare quell´attimo cosi bene da renderlo universale, in modo che ci parli del mondo e resti nel tempo.
Iggy Pop
Questo secondo me  questo è riuscito a Iggy Pop: uno che rappresenta da 40 anni il ragazzotto che vuole solo divertirsi e fare un po' di casino. Una cosa semplice semplice, banale come la busta della spesa di Warhol. Probabilmente la stessa cosa sta riuscendo anche al coniglio di Jeff Koons e allo squalo di Damien Hirst: ce lo dirà il tempo. 
Chi invece lavora sul kronos, dunque su un sapere "lento", che si stratifica lungo il tempo, che tiene conto di tutto quanto lo ha preceduto, in definitiva il sapere della saggezza e delle arti colte, non riesce mai a descrivere quanto è nell' aria in questo, e solo questo, preciso istante. Svolge un lavoro che ha tempi di obsolescenza piu' lunghi rispetto ai lavori basati sul kairos ma in genere suona "vecchio" per il pubblico abituato a cercare quest'ultimo. 
La descrizione che Bonami illustra nel suo libro mi piace, perchè ci consente di considerare il mondo dell´arte, ma anche della musica, in modo unitario, preservandone la complessità e senza dividere, farlo a pezzi. 
Da tempo cerco di farmi una Storia dell´Impoverimento Culturale in Italia e sono arrivato a due colpevoli: Gentile e CroceLoro hanno iniziato a dividere perchè pensavano che nei cicli didattici, in letteratura ci fosse già tutto quanto serve, che fosse sufficente e che in fondo musica, arte, ecc. fossero  solo di contorno, non indispensabiliQuesta scissione e' stata purtroppo assorbita nel tempo dalla mentalità degli italiani, e fatta propria dal Parlamento, perfino sotto forma di normativa sull' IVA: libri = letteratura = cultura = IVA 4%, mentre CD = musica = intrattenimento = IVA 21%. 
Il risultato (fighissimo) e' che il libro delle barzellette di Totti è Cultura e paga il 4%, mentre il cd di Pierre Boulez e' intrattenimento e paga il 21%.
L´idea che la musica sia intrattenimento e la letteratura cultura (e in genere questa idea di scindere alto e basso) deve nel frattempo anche essere giunta all' estero capovolta, perchè da diversi anni ormai importanti leader politici si vantano di non leggere (Bush figlio, Putin, Berlusconi, etc.) ma nessuno si vanta di non ascoltare musica. 
Secondo me, nell´immaginario di questi signori, dire di non ascoltare musica rende tristi. 
Al contrario dire di leggere vuol dire rendersi pallosi, riducendo il proprio sex-appeal agli occhi degli elettori. La separazione di colto/extracolto prodotta a partire dal pensiero dei "due colpevoli" che ho citato, e´ entrata anche nelle teste di quelli del kronos, che guardano solo  da una parte. 
Io resto incredulo che una meteora cosi promettente come Fausto Romitelli possa aver scritto un trittico dal titolo Prof. Bad Trip, forse (chissà) senza sapere chi e' il Prof. Bad Trip  che tutta l'Italia della sua generazione conosce. 
Resto incredulo alla sparata di Vito Paternoster nel libro di fisica di Andrea Frova  contro i musicisti pop che devono aspirare polvere bianca per diventare creativi. Paternoster ha appesi in salotto a casa sua 3/4 dischi d'oro della Philips e resta un grandissimo violoncellista, non solo nel periodo dei Musici. 
Insomma Bonami, che e´un divulgatore, riesce per me a formulare un modello paragonabile al principio di indeterminazione, che consente di preservare la complessità delle cose, mentre la classificazione accettata dalla musicologia contemporanea di colto/extra colto, no. 
Onestamente poi, ma questo forse è secondario, la classificazione dei musicologi a me sta antipatica perchè mi sembra la stessa classificazione delle religioni che fa il Papa. 
- Scusi Papa, quali sono le religioni? 
- Beh, ci sono quelle Cristiane...
- E poi ? Le altre ? 
- Beh, le altre sono quelle extra cristiane.
Prima metti palla al centro tu, quelle Cristiane,  e poi classifichi il resto del mondo come "altre ed eventuali". 
Ma va là,  va là...!


Raffaele De Tintis


(*) Questo blog è a disposizione dell'Autore e dell' Editore dei passi citati, per eventuali problemi inerenti la tutela del copyright 







11 commenti:

  1. intervento in due parti


    Ciao Raffaele,

    secondo me c'è un fraintendimento enorme. Che tra l'altro è continua causa di polemica tra chi, negandolo o affermandolo, dimostra di essere ancora imbrigliato in una vicenda polemica che sa molto di anni 68 - 77.
    Credo sia ora di fare, finalmente, un passo oltre. Tra l'altro, premetto, l'ambito della musicologia che critichi così un po' en passant ha invece ben recepito il problema di cui parli. In parte l'ha anche risolto. E' la comunità semmai degli addetti ai lavori musicali a non averlo ancora recipito, preferendo rimanere ancorata allo scontro ideologico anni 70. A far leva sui luoghi comuni d'altronde si campa sicuramente meglio, specialmente in Italia.

    Ricordo anni fa ad un convegno musicologico l'intervento di un docente di estetica musicale che aveva appena terminato una prudentissima relazione tutta in difesa del Canone Musicale Occidentale; nulla in confronto alla recente passionale chiamata alle armi di Quirino Principe (a cui ho risposto entusiasticamente). In odore di eresia il docente si sentì quasi in dovere di citare anche passi tratti da Marx: guardate che l'ha detto anche Lui! (n.b. questo intervento dovrebbe essere anche online da qualche parte). Fatto sta che nel contesto dell'istituzione in cui quella relazione fu pronunciata (Dams Bologna, metà anni 90), ebbe l'effetto di mettere subito in moto una pronta reazione da parte di un altro docente, questa volta un antropologo della musica. In sostanza l'antropologo gridò quasi allo scandalo, lamentando, un po' come Bonami nel tuo intervento, la mancanza di una prospettiva tale da "preservare la complessità" delle esperienze musicali nelle differenti culture e che non facendo così si è in odore di razzismo e di fascismo e bla bla bla, bla bla bla La posizione dell'antropologo era in sostanza quella espressa da John Blacking in un famoso testo, "Com'è musicale l'uomo" (Ed. Ricordi LIM): "tutta la musica è musica popolare...i produttori di musica colta non sono per natura più sensibili o più capaci dei musicisti popolari: le strutture della loro musica sono semplicemente la conseguenza...di una più articolata divisione del lavoro e dell'accumularsi di una tradizione tecnologica".
    Fu per me un bellissimo momento di indifferente partecipazione ad un palese imbarazzo generale. Cosa chiedere di meglio ad un solitamente noiosissimo convegno? :-)
    Purtroppo non ricordo bene quale fu la risposta del docente di estetica. Quello che ricordo benissimo fu invece la risposta che diede all'antropologo Lorenzo Bianconi, noto musicologo studioso d'opera del seicento, e che suonò più o meno così: "Non continuiamo ad erigere muri che sono stati già abbattuti da un pezzo; sappiamo benissimo che è anche grazie a realtà come queste (si riferiva al Dams che ospitava il convegno) che si è riusciti ad alimentare, anche controcorrente (rispetto a istanze paradigmatiche toste, come il crocianesimo di cui parli ndr) lo sviluppo di discipline che hanno fatto dello studio delle complessità e delle differenze culturali il centro della loro indagine...oggi però, dobbiamo andare oltre!"
    Quando leggo interventi come il tuo, dove la sospensione di un giudizio di valore è tutto in difesa di un livellamento dei fatti di cultura a favore di una presunta "complessità", penso sempre a questo intervento di Bianconi e al suo profondo significato anche in relazione al tempo presente, gennaio 2012, e non 1977!

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  2. Riassumo così la posizione su espressa, e scusa la lungaggine della citazione.
    Partendo da una provocazione di J.J. Nattiez: "Il relativismo culturale più generoso (quello dell'antropologo, ma includerei molti cultural studies ndr) non può giustificare l'asportazione della clitoride in nome del rispetto dei costumi locali...il discorso della sociologia critica dell'arte (anche quello di Bonami, ndr) deriva dalla convinzione, diffusasi attorno al Sessantotto, secondo la quale ogni affermazione in merito alla superiorità di una pratica artistica o culturale rispetto ad un'altra non è che il contrappunto estetico di un'accettazione reazionaria della gerarchia sociale. A partire dal rifiuto del valore, tutto è diventato accettabile esteticamente...". Non è più cosa sostenibile. Se non altro perchè il risultato di quella visione culturale, anche nei termini di politiche culturali, è sotto gli occhi di tutti. Uno schifo.
    Veniamo allora al nucleo centrale della questione: perchè livellare tutto nel nome di una presunta complessità? ma soprattutto, viceversa, chi diamine "ha mai preteso che ogni epoca della storia della musica, soprattutto in un intenso periodo di ricerca (come il nostro), fosse fatta solo di opere riuscite?". Ancora Nattiez: "si è forse fuori strada se si afferma che l'Hans Sachs di Lortzing non regge il paragone con I Maestri Cantori di Wagner, e che Schumann ha colpito nel segno col suo concerto per piano quando ha fallito con l'opera Genoveva? E che dire, in Beethoven, del confronto tra l'ouverture Le Rovine di Atene e l'op.111?...". Questo è quello su cui è necessario riflettere e perseverare; un incessante ricerca del Bello, scusa il sofisma, in quanto tale!
    Lasciamo quindi lentamente ammuffire nel dimenticatoio della storia chi limita la propria lettura della Musica ad una diatriba tra musica colta/popolare, alta e bassa secondo quello che è lo schema dell'eterna guerra civile dichiarata dall'antropologo. Anche perchè come ha ben espresso Nattiez il discorso valoriale è complesso anche alle interno della stessa Accademia e quelli che furono i valori della musica classico-romantica non coincidono (nonostante quello che sostengono certi compositori) con quelli di cui si fa portavoce molta "musica contemporanea". Ma questo è un altro problema.
    Allora cerchiamo di esplicitare il Bello per Noi, nelle differenti culture musicali di ogni tempo e luogo. E discutiamo, anche polemicamente, di quello, mettendo da parte pregiudizi che più che essere "accademici", oggi, sono l'esibizione di un'arroganza legata esclusivamente all'affermazione/imposizione egoistica di uno status sociale (non nel senso di prestigio sociale ovviamente, ma di occupazione-radicamento all'interno delle istituzioni storicamente preposte a ecc. ecc.).
    Approfondendo questi principi vedrai che tra l'altro avrà sempre meno senso il confronto tra culture che non condividono i medesimi valori. Posso capire parlare della certa differenza qualitativa che corre tra Master of Puppets e St. Angers dei Metallica, o tra Digital Boy e Ricardo Villalobos nella techno, tra i limiti del serialismo integrale in Boulez e in Babbit, ma sinceramente continuo a non capire chi si ostina ad esempio a paragonare Boulez con Lady Gaga per imporre modelli valoriali, siano essi a favore dell'uno che dell'altro (che, come da principio, è poi il luogo comune che fa presa sull'immaginario pubblico e per questo continuato ad essere usato tanto dai managers di Allevi &C. quanto dai fisici della musica a la Frova).
    un saluto
    Fabio Selvafiorita

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  3. Ciao Fabio,

    dove hai letto, tra le mie righe, questa storia della "...sospensione di un giudizio di valore..." ?

    A me il valore e il merito non interessano, dunque, non li ho citati. Bonami credo li prenda in considerazione, infatti, scrive un capitolo su un artista secondo lui
    scarso (Arnaldo Pomodoro) e lo intitola "Hai rotto le palle". Credo sia un giudizio di merito.

    Inoltre, dove hai intravisto una mia proposta di "...paragonare Boulez con Lady Gaga per imporre modelli valoriali..." ?
    Dico il contrario. I due campioni che citi, non si possono paragonare perche´ giocano partite diverse che si svolgono in campi differenti, quello del kronos e quello del kairos.
    Non sono neanche sicuro che si trovino nello stesso circolo sportivo!

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  4. Ciao Raffaele,
    probabilmente diamo due letture differenti di ciò che è Kairos e ciò che è Kronos.
    Una storia dell'arte (musicale e non) letta attraverso queste categorie, soprattutto per come le imposta Bonami, a mio pareree regge fino ad un certo punto. Non constatare che un kronos appartenga anche ad una presunta cultura popular e un kairos a quella presunta colta mi sembra proprio semplificante rispetto alla complessità degli elementi in gioco (Nattiez nello scritto citato, "Il Combattimento di Crono e Orfeo" tenta di rimediare proprio a questo gap; così come a mio parere ha cercato di fare Bianconi). E'proprio grazie ad un approccio antropologico alle musiche del mondo che abbiamo imparato a nostre spese quanto sia difficile cogliere la complessità di storie e tradizioni in una rigida divisione della storia della cultura che faccia esclusivamente riferimento a kairos e kronos.
    Ma Bonami confonde ulteriormente le idee e le semplifica ancora di più facendo alcuni passi indietro (a parte il fatto che la sua lettura di Kounellis poi, mi sembra piuttosto banale).
    Ci parla "in fine" della necessità di un livellamento del giudizio di valore ("Artisti come Kounellis ci parlano della Storia, quelli come Warhol una storia ce la raccontano. Abbiamo bisogno di tutti e due") ma lo fa all'interno di un precedente che suona come contraddittorio, che ha già dato per scontato il vincitore dell'"eterna guerra civile" tra una concezione popular e una "meditata" della musica o dell'arte. E' evidente nello scritto. E guarda caso chi ne esce perdente? Il Kronos della Storia. Come il suddetto antropologo del mio intervento, che auspica una sospensione del giudizio "tutte le musiche sono musiche popolari" salvo poi gridare alla scandalo quando si esplicitano i valori del canone musicale. Il punto di partenza di Bonami non è Kronos o Kairos (come probabilmente farebbe Didi-Huberman) ma una precisa poetica dell'arte. Che non fa bene all'indagine estetica.
    Io credo semplicemente che la complessità delle culture che abbiamo chiamato prima orali, o popular, oralità secondaria, o colta, siano esse stesse portatrici di complesse ragioni di kronos e kairos. Prima di stabilire dei vinti (Kounellis, Pomodoro) e dei vincitori (Warhol) queste ragioni dovrebbero essere sviscerate ed indagate a dovere se non altro per il rispetto dovuto a queste pratiche.
    In riferimento a Boulez vs. Lady Gaga (che non era riferito a una tua proposta): concordo sul fatto che "non si possono paragonare perche´ giocano partite diverse che si svolgono in campi differenti" ma non perchè questi campi siano quello rispettivi del kronos e quello del kairos; non si possono paragonare perchè il kronos e il kairos tanto di Boulez quanto di Lady Gaga non si incontreranno mai su nessun piano speculativo che non quello fine a se stesso (o quello del mantenimento di uno status sociale v. sopra).
    Da qui l'esigenza mia di ribadire per ogni singola esperienza artistica umana la necessità di formulare un giudizio di valore (da cui nesssuno può prescindere, ne tu ne io, secondo quella che è la logica implacabile della tirannia dei valori secondo Carl Schmitt) che abbia un fondamento certo nella Storia intesa come eterna lotta tra Kronos e Orfeo.

    Scusate la lunghezza delle risposte che mi paiono non molto gradite ma purtroppo non ho il dono della sintesi e grazie in ogni caso per il tuo intervento e commento
    Fabio

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  5. è auspicabile - per l'artista, per il fruitore, per l'esperto, per il semplice curioso, per il vecchio e per il bambino, per tutti insomma - che si impari a muoversi con disinvoltura tra il kronos e il kairos, che si abbiano più paradigmi di giudizio e non uno solo, e che si apprezzi quel che di buono si trova in un ambito e nell'altro (una bella cosa fatta dentro il kairos è secondo me migliore - più interessante, più affascinante, più attraente - di una mediocre fatta dentro il kronos). (do per scontato, ovviamente, che kairos e kronos non siano due entità reali, ma due modi diversi di sentire e di pensare dell'artista).

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  6. "...Non constatare che un kronos appartenga anche ad una presunta cultura popular e un kairos a quella presunta colta mi sembra proprio semplificante ..."

    Ma certo: quello tra kairos e kronos e´ un dominio continuo e non si sta, nei due assi, solo nell´intorno dell´infinito



    "...E guarda caso chi ne esce perdente? Il Kronos della Storia..."

    Fabio, non ne esce perdente nessuno perche non e´ una gara di biciclette.
    Quella dell´ artista perdente e´ una categoria che non esiste in natura, perche´ un artista non vuole vincere niente.
    Tu ti riferisci a quelli che giocano al lotto.
    D´altra parte Bonami scrive..."...Abbiamo bisogno di entrambi...".

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  7. fabio, a me sembra che tu consideri tutta la questione molto più dal punto di vista dell'artista e dell'estetologo che dal quello del fruitore, del pubblico. a me pare molto importante che il pubblico sia preparato a passare con disinvoltura da boulez a lady gaga. è importante, anzi fondamentale che un pubblico (anzi IL pubblico) sappia 'capire' entrambi, al di là delle predilezioni, dei gusti personali e dei giudizi di valore del singolo individuo.

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  8. insomma, l'artista, che DEVE scegliere, fare quel che si dice una 'scelta di campo' (espressione orrenda, ma rende bene l'idea), può permettersi di ignorare gli altri ambiti e gli altri 'modelli valoriali' (anzi, è comprensibilissimo che faccia così). ma il pubblico NO, non dovrebbe permetterselo, secondo me. il pubblico deve sapere, conoscere. più cose sa e meglio è. per tutti. il fattore educativo, insomma (ed è su questo che risponderò all'ultimo commento di renato sull'altro post) è FONDAMENTALE, oggi più che mai.

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  9. Hai centrato il nocciolo della questione Raffaele!
    E' una gara in bici a chi arriva prima al Bingo!

    Chapeau
    cia ciao
    Fabio

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  10. Stai bene Fabio. Non e' tempo per la lotta in classe.

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  11. Beh, cari amici, nello scusarmi per non aver potuto "moderare" questo dibattito ( che peraltro , animato da persone come voi civilissime, non ne ha alcun bisogno) devo dire che sono onorato di avervi dato modo di incrociare le spade dialettiche su questo mio modesto spazio che , come ripeto , per l'appunto è a disposizione di tutti . GRAZIE .
    Aggiungo, per giustificare la mia colpevole assenza, che sto cercando di titare le fila dei numerosi interventi ( qui e in privato ) che ho ricevuto dai moltissimi lettori di questi ultimi post, e che spero resto di poterne fare una sintesi e metterla online quanto prima. Continuate a intervenire !

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