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"Sto diventando un po' troppo critico per potermi illudere ulteriormente di avere qualche talento" - F. Nietzsche


"Musica est exercitium aritmaeticae occultum nescientis se numerari animi“

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"I pecoroni non vogliono diventare padroni del loro lavoro!" - C.T.


"Tutta la musica è contemporanea."

martedì 31 gennaio 2012

Ascoltare la musica "elettroacustica": una esperienza di sorprendente purezza

" Il est clair que l’art deviendra dans quelques siècles un pur divertissement, et que l’art véritable, qui est la préparation de l’homme à une vie supérieure, sera alors le propre d’un petit groupe ésotérique réfugié dans l’underground."
K. Stockhausen, 1974



Un lunedì sera d'inverno, una folla composta per lo più di giovani si accalca in coda all'ingresso di una sala in pieno centro, disciplinatamente attendendo di acquistare il (economico) biglietto d'ingresso. A prima vista l'atmosfera potrebbe assomigliare a quella, mettiamo, che uno si immagina di trovare all' entrata  di una discoteca o di un concerto rock: ma forse molto, molto più ordinata. Dopo un po' si  capisce che il pubblico è talmente numeroso che moltissimi non riusciranno a entrare, e gli organizzatori si vedono (con loro grande sorpresa e piacere, immagino) costretti ad annunciare la replica della serata lunedi prossimo. 
Dunque che cosa è questo "evento" che richiama così tanti giovani? E' il concerto inaugurale dell'Acusmonium SATOR allestito presso il Centro culturale San Fedele di Milano, per impulso  del suo Direttore delle attività musicali Antonio Pileggi, con la collaborazione di Giovanni Cospito  e Dante Tanzi.

Ma che cosa è l'Acusmonium? Leggiamo dalle note di presentazione della serata:
l’Acusmoniunm è un’orchestra di altoparlanti destinata all’interpretazione in concerto di musiche elettroacustiche con lo scopo di spazializzare e “orchestrare” il suono, ovvero, i suoni vengono diffusi tramite altoparlanti fra loro diversi in “colore timbrico”, “ potenza” e “dispersione”; opportunamente distribuiti nel luogo del concerto e con l’aiuto di una “console di proiezione” si fanno variare l’intensità e il colore dei suoni proiettati nello spazio.. L’immersione nello spazio di proiezione fa entrare l’ascoltatore nel cuore dell’espressività dell’opera.  
Nella bella serata si sono potute ascoltare musiche del pioniere Bernard PARMEGIANI (1927)"autore di impressionante attualità per la forza dell’impianto ritmico sonoro e timbrico e per la coerenza formale delle composizioni" , il cui De natura sonorum del 1975 è una pietra miliare della musica elettoacustica, composto anni prima che i personal computers e i  software di  editing audio fossero disponibili.
Gli altri autori "eseguiti" erano i più recenti AUTECHRE e APHEXTWINprovenienti dalla galassia Techno, che ha trovato fonte di ispirazione nella musica acusmatica, in particolare le opere di Parmegiani, piuttosto che in quelle dell'avanguardia post-weberniana.

Molte cose mi hanno interessato di questa serata: innanzitutto mi sono domandato attraverso quali "canali", quale passaparola sotterraneo provenisse tutto questo pubblico, e poi se fosse composto in maggioranza da musicisti o comunque da persone che con la musica hanno in qualche modo a che fare professionalmente. E questo è purtroppo il riflesso condizionato di chi, come me, è stato a lungo abituato a pensarsi come minoranza e a frequentare l'ambiente musicale tendenzialmente autoreferenziale della Mus. Cont., ai cui concerti va un pubblico composto prevalentemente da "addetti ai lavori".
Ma in questo caso la faccenda è molto più complessa, e alla fine mi sono detto che forse la "molla" che attira tutte queste persone (me compreso!) è un mix di diversi interessi molto attuali: la tecnologia, l'informatica applicata all'Arte, oggi ovviamente molto apprezzata; la vasta curiosità per tipi di performances artistiche inusuali, o "eventi"; il desiderio di emozioni forti ma non "gratuite", non da sballo, insomma diciamo "legittimate" da una giustificazione culturale...
Non c'è alcun moralistico sussiego da parte mia in queste parole: si tratta veramente di emozioni forti. L'esperienza dell'ascolto "puro" della musica, cioè del sedersi in una sala buia, senza nessuno schermo da guardare, senza nessun musicista in carne ed ossa da osservare mentre suona, senza parole da leggere nè messa in scena da seguire, è senza dubbio qualcosa di inusuale, se fatto in un luogo pubblico, insieme a centinaia di altre persone. Si prova in verità un filo di imbarazzo, in un primo momento, quasi una involontaria euforia. Ma poi, quando i 38 altoparlanti dell'Acusmonium iniziano a far viaggiare in tutto lo spazio intorno un caleidoscopio di suoni dai timbri, dalle compattezze, dalle provenienze inaspettate e soprendenti, allora si entra veramente in una dimensione percettiva altra. Qualcuno ha accennato ad una dimensione "plastica", "tattile" del suono, e non ha esagerato. Il suono, diffuso in questo modo, in un ambiente grande, acquista caratteristiche fisiche che si impongono con la loro presenza come se fossero oggetti in movimento nello spazio. I suoni gravi fanno tremare gli organi interni, per così dire, costringendo tutto il corpo a risuonare insieme alla "musica". E attenzione, non sto qui parlando di drum'n bass più o meno ballabile: la musica di Parmegiani  e degli  altri è a tratti  di grande sottigliezza e astrattezza. Per capirci banalizzando un po', è come ESSERE dentro un quadro di Pollock, è come nuotare in un liquido venendo travolti da oggetti sospesi che viaggiano in tutte le direzioni e ci  portano fisicamente via.... 
Questo tipo di sballo psichedelico post-litteram, insomma, non è che una delle odierne versioni di quel desiderio di oblìo cosciente collettivo che nella storia della musica si è ripetutamente verificato in ogni epoca. Senza voler fare paragoni forzosi, non credo che il mio istinto mi inganni se i primi che mi vengono in mente sono i campioni del romanticismo visionario, Wagner e Berlioz, cui si  potrebbe aggiungere forse lo Scrijabin del Poéme de l'extase.L'oblìo musicale autocosciente che sta in fondo alla radice della loro espressione è una costante antropologica, un rituale apotropaico dalla notte dei tempi. E' anche degno di  nota, e del tutto coerente con i tempi che cambiano, che il pubblico sia andato in cerca di queste sensazioni nel centro culturale di una organizzazione  della Chiesa Cattolica! E lo rilevo, beninteso, senza alcuna critica nè polemica: al contrario, con le mie congratulazioni al Centro culturale San Fedele per l'intelligente iniziativa.
Qualcuno potrebbe obiettare (già me l'aspetto) che ascoltare Aphex Twin seduti su una poltrona di velluto rosso in una sala da concerti sia una contraddizione, laddove il modo giusto di "fruire" questa musica non sarebbe, propriamente, di  ascoltarla, ma di usarla per altro (e non approfondisco oltre, ma ho avuto testimonianze stimolanti in materia..). Risponderei che la musica di Aphex, e ad ancora maggior ragione quella di Parmegiani, ha una qualità compositiva degna dell'ascolto attento e concentrato almeno quanto quella di Webern o altri consimili. E aggiungerei, con una battuta irriverente, che invece con Webern c'è poco da ballare....
Beninteso, le due dimensioni della fruizione musicale, quella dell' "abbandono  estatico", e quella dell'ascolto riflessivo-analitico, sono entrambe importanti, due aspetti di una medesima esperienza estetica che possono trovare ciascuna il proprio momento giusto per essere vissute.
Un'ultima riflessione: ascoltare, senza alcun altro appiglio percettivo, musica elettroacustica così astratta può risvegliare inevitabilmente delle sinestesie visive involontarie. Uno sogna ad occhi aperti, immagina delle scene oniriche: praterie, oceani, mandrie di animali al galoppo, scene di guerra, catastrofi naturali...tutto un cinema immaginario che viene galla dal nostro inconscio, attingendo magari ai film che abbiamo visto, e la cui colonna sonora rumoristica in multicanale stereo si è  fissata nella nostra memoria RAM senza che ce ne fossimo  accorti.      
In queste occasioni uno si rende conto improvvisamente della potenza di condizionamento che i vari media esercitano sulla nostra psiche, che appena sente un grappolo di suoni indeterminati scroscianti richiama subito dalla memoria l'aquazzone che abbiamo visto (e sentito) nell'ultimo kolossal  cinematografico.
Non so se ciò sia un arricchimento o un impoverimento della percezione musicale, ma sono tentato di dire che per godere veramente dell'ascolto "puro" forse sarebbe meglio evitare di farsi condizionare da suggestive analogie visivo/sonore che possono essere fuorvianti. E voi come la pensate? 






31 commenti:

  1. penso che QUELLA (aphex, autechre, da me già più volte citati, insieme a tanti altri) sia la 'vera' musica contemporanea (o almeno una sua parte consistente): una musica 'viva' con un pubblico 'vivo' che LA GODE, che ne parla, che se la procura e se la ascolta, che la consiglia ad altri, tenendola viva. proprio tutto quello, cioè, che manca all' 'altra' musica contemporanea (un ectoplasma che continua a vivere solo grazie alle flebo di denaro pubblico e alla natura autoriproducentesi delle istituzioni accademiche (conservatori, festival, istituti di ricerca etc.)). il giovane 'colto' medio di oggi va alla mostra di damien hirst, vede il film di lars von trier e ascolta... non alberto colla né ivan fedele (prendo i primi due nomi che mi vengono in mente) ma autechre e aphex twin. è così, renato. riflettiamoci quanto vuoi ma è così, c'è poco da fare. un caro saluto.

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  2. "un pubblico 'vivo' che LA GODE". aggiungo: come gli hippies e i freaks si godevano cage e stockhausen, negli anni sessanta-settanta. (la musica deve, tra le altre cose, anche FAR GODERE, farci VENIR VOGLIA DI RISENTIRLA (cinque, dieci, venti, cento volte). per me la musica è anche e soprattutto questo: una cosa che voglio riascoltare trecento volte). :-)

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  3. Marco, come avrai constato dal mio post, anche io faccio parte di coloro che ne godono: come godo, d'altronde , dell'ascolto di un infinità di altre musiche, inclusa molta di quella "contemporanea" .
    Mi ponevo anche la domanda sulle ragioni , e ho cercato di darmi qualche risposta.
    Tu cosa pensi ?

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  4. scusa renato, non credo di aver capito. la tua ìdomanda sulle ragioni' riguarderebbe il perché godi di entrembe le musiche? o alludevi alla questione dell'impoverimento o arricchimento legato alla sinestesia?

    PS 'L'oblìo musicale autocosciente': perfetto! è quello che ogni ascoltatore dovrebbe perseguire secondo me, sempre e comunque, invece di tenere la testa fra le mani per cercare di cogliere i nessi strutturali del pezzo. l'abbandono, l'oblio, l'estasi: questa per me è la quintessenza dell'esperienza musicale (non che non ne esistano altre, tra cui la sopradetta - dico solo che questa è la fondamentale e più importante).

    PS 2 (cit.): "la musica di Aphex, e ad ancora maggior ragione quella di Parmegiani, ha una qualità compositiva degna dell'ascolto attento e concentrato almeno quanto quella di Webern o altri consimili. E aggiungerei, con una battuta irriverente, che invece con Webern c'è poco da ballare...."
    caro renato, la penso e-s-a-t-t-a-m-e-n-t-e come te. :-))

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    1. Se per nessi strutturali lei intendeva "forma" (ma è molto probabile che io non abbia capito), mi permetta di esprimerle un mio pensiero che va in un senso diverso:
      A mio avviso, forma e suono sono un tutt'uno. Si può ascoltare un pezzo di Mozart smontandolo analiticamente oppure godendo dell'estasi che ci procura, la scelta dell'uno o dell'altro atteggiamento non dipende esclusivamente dal tipo di musica ma soprattutto dall'intenzione di chi ascolta. Ed ho fatto l'esempio di Mozart perché è forse l'autore più sublime e dunque estasiante che esista ma lo stesso avrei potuto dire di Bach, l'autore più strutturato possibile, e soprattutto di Scelsi, uno dei più mistici.

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  5. La musica contemporanea diciamo così "accademica" secondo me si pone in una diversa prospettiva, quella per cui il godimento è un accessorio e l'esperienza intellettuale coi suoi rischi (il disagio, la noia, il rimettersi sempre in discussione) viene prima di tutto e non vedo perché questa prospettiva non possa integrarsi con le altre. Forse, bisognerebbe (ri)prendere coscienza del fatto che l'arte, soprattutto in un paese civile e sviluppato, non può avere una funzione meramente lenitiva.
    Purtroppo in tempi, i nostri, in cui l'edonismo è un feticcio contro l'ansia questa musica è destinata a morire e con essa morirà una parte del nostro spirito.

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    1. non penso che il godimento sia l'unico approccio 'legittimo' alla musica. penso che - per me, almeno - rimanga quello fondamentale e imprescindibile. il resto - se c'è - è un valore aggiunto (e, s'intende, ben vengano i valori aggiunti...). che poi si debba essere anche 'educati' a godere non lo metto in dubbio: ci sono forme di godimento estremamente raffinate. ma il semplice sapere che un pezzo è più 'coerente' di un altro non mi ha mai portato a godermelo di più. è quella che lei chiama 'esperienza intellettuale' a costituire, per me, un accessorio. non penso possa esistere peggior difetto per un pezzo di musica che quello di risultare noioso. ecco: tanta, troppa musica contemporanea 'accademica' è noiosa. alla fine, la questione è forse più semplice di come sembra. nella musica contemporanea 'accademica' REGNA la noia. il godimento, la sorpresa, lo stupore, la meraviglia, l'abbandono, l'oblio, la sensualità, in quel mondo - a mio parere da circa trent'anni ormai, prima era ben diverso - SONO UN'ECCEZIONE. tutto qui.

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    2. In effetti c'è una forte crisi dell'esperienza intellettuale (che io distinguerei dell'intellettualizzazione cervellotica). Credi realmente che sia ormai una cosa superata?

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    3. caro roberto, il discorso si fa complesso, e sui blog non si può che mantenerci su un certo grado di approssimazione e superficialità, per ovvie ragioni. bisognerebbe approfondire il concetto di 'esperienza intellettuale' e qui non mi pare possibile. provo a dire qualcosa: non esistono esperienze 'pure' (puramente intellettuali, puramente estetiche, etc.): è ovvio che senso e ragione, intelletto e percezione si intrecciano sempre, in ogni tipo di esperienza umana e quindi anche in quella artistica (sia nella creazione che nella ricezione). possiamo solo stabilire, di volta in volta, diversi ordini gerarchici fra di esse, diverse relazioni reciproche. non credo affatto che l'esperienza intellettuale sia 'superata' ( e come potrebbe, essendo connaturata all'essere umano?); credo piuttosto che troppi compositori ne abbiano abusato (soprattutto confondendola col progetto compositivo - e anche, attenzione!, con quello estetico: non credo affatto che i 'neo-romantici' o i neo-tonali siano meno cervellotici e più 'sensuali' degli strutturalisti vecchi e nuovi, anzi: la musica dei primi per me è ancora più lontana dal mondo reale di quella dei secondi). ma tornando alla questione principale, quello che volevo dire è che per me l'esperienza intellettuale non può RISCATTARE LA NOIA. se un pezzo è noioso c'è poco da fare. faccio un esempio. vado a un concerto di musica contemporanea. è in programmazione un concerto per flauto e orchestra di un 'noto' compositore cinquantenne. mi siedo, ascolto con la massima attenzione. vi è nel brano - si mostra, evidente - una grande raffinatezza di scrittura, un solido mestiere, un trattamento sapiente degli strumenti, un dominio assoluto della forma. ma, nonostante tutto ciò, MI ANNOIO MORTALMENTE. il pezzo lo trovo di una noia mortale: suoni e sonorità sentiti e risentiti, fraseggi standard, gesti standard (il TIPICO gesto 'contemporaneo': fraseggi saltellanti, soffiati, frullati, armonici, multifonici, suono sgranato, overpressure, al ponticello, spettro armonico, etc. etc. etc. vabbe', ci siamo capiti). è una musica fatta perché 'si è imparato a scrivere', è un prodotto dello studio, non un riflesso della realtà. non c'è attrito col mondo reale, insomma, non c'è empatia, dialogo, sintonia con altre forme d'arte più 'aggiornate'. è VECCHIA e NOIOSA. fatta, costruita, progettata DENTRO il conservatorio (reale o virtuale che sia, di caltanisetta o di new york), dentro lo studio (che spesso è una succursale privata del conservatorio), dentro il laboratorio (che a sua volta, spesso, non è che l'aula blindata, chiusa a chiave, inaccessibile del conservatorio, invece che quella più aperta). e non mi dite: forse sei tu che sei rimasto troppo tempo chiuso dentro il conservatorio. ho sentito, ascoltato, decine e decine di pezzi di musica 'contemporanea' degli ultimi trent'anni. la stragrande maggioranza di essi è così. detto questo, è chiaro che parlo da ascoltatore e da appassionato di musica - di tutta la musica - ed esprimo un giudizio personalissimo. può darsi benissimo che invece ci siano tante persone che si ENTUSIASMANO di questa musica. io però, francamente, non le ho MAI incontrate).

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    4. ah, un chiarimento ulteriore ed essenziale: un pezzo noioso non può, alla fine, essere 'intellettualmente' valido. se è 'noioso' vuol dire che è un pezzo complessivamente debole, e che quelli che potrebbero in prima istanza apparire dei punti di forza, in realtà non lo sono.

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    5. caro MArco , in linea di principio posso essere d'accordo con te : ma il probema è definire la musica Vecchia e Noiosa , e tener conto che la Noia è un dato estremamente soggettivo .
      In altri post ho cercato di delimitare cosa intendo per crisi della musica contemporanea , ma mi sono - credo saggiamente- astenuto dal metter in ballo giudizi soggettivi ed estetici, perchè quello è un terreno minato .
      Ho invece cercato di descrivere il fenomeno da un punto di vsta più "sociologico", sperabilmente più "oggettivo".

      Sul'ascolto della musica elettroacustica invece, vorrei insistere sul fatto che si tratta di una modalità di ascolto musicale molto speciale, astratta , completamente privo di riferimenti visuali etc. Assomiglia , se vogliamo , ad una specie di meditazione . Ma non è suscettibile di rimpiazzare , mai, nemmeno in un lontano futuro , la presenza fisica di un interprete. La performance musicale è anche qualcosa di fisico , di concreto . Su questa dimensione complessa dell'esperienza musicale varrebbe la pensa di riflettere in modo più sistematico.

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    6. sì, certo renato. parlavo di me, della MIA esperienza con questa musica. probabilmente ho una idiosincrasia per certi linguaggi e certi clichés stilistici. del resto, non ho mai effettivamente amato il 'classico' suono contemporaneo (non mi è mai piaciuto berio, per intenderci). i compositori che ho amato e amo di più (feldman, clementi, christian wolff, la ust'volskaja) sono sempre stati un po' degli outsiders. ma è inutile parlare così, in astratto: bisognerebbe prendere un pezzo preciso, ascoltarlo insieme e discuterne. non penso però che questo sia il luogo più adatto.

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    7. quanto alla noia come 'dato estremamente soggettivo' mi viene in mente questo: credo dipenda moltissimo dalla propria formazione e dal tipo di 'mondo' che si è frequentato e che si frequenta. io ho sempre amato e continuo ad amare moltissimo la musica rock (ovviamente non quello più commerciale ma quello più 'ricercato' e sperimentale); per intenderci, non sono uno di quei musicisti che "dopo aver sentito ligeti ha smesso di ascoltare i pink floyd", ecco. no. sopra ho citato i compositori 'colti' che amo di più, ma accanto a loro per me ci sono syd barrett, robert wyatt, kraftwerk, clock dva, aphex twin e tanti altri. penso dunque che, al di là dei gusti strettamente personali, la valutazione di ciò che è noioso e ciò che non lo è sia profondamente diversa sulla base del tipo di musica che si ama e che si è frequentato. i PARAMETRI di giudizio sono diversi, spesso RADICALMENTE diversi, tra chi ha frequentato solo il mondo 'colto' e chi invece ha frequentato (anche o solo) quello pop o jazz. lo stesso dicasi per il concetto di 'vecchio' (l'espressione 'suona vecchio' ha un senso e un significato diversi se a pronunciarla è un musicista pop, jazz o 'colto' - è molto significativo, p. es., il fatto che quest'ultimo la pronunci raramente o mai).

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    8. ...epperò, dai, su, se c'è un margine di 'oggettività' in tutto ci sarà anche nella noia, no? p. es. hindemith, ammettiamolo, E' NOIOSO. ;-)))))))

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    9. anzi, ora che ci ripenso anche l'aggettivo 'noioso' è poco usato per caratterizzare negativamente e tout court un pezzo dai musicisti e dal pubblico della musica colta (esattamente come nessun musicista pop o jazz usa mai l'aggettivo 'interessante' ;-) ). nell'ambiente colto sono più frequenti aggettivi come 'banale', 'brutto', 'inconsistente' e talvolta, sulla scia di una moda lanciata già dal primo boulez, 'inutile' ('questo è un pezzo inutile': effettivamente l'ho sentito dire, qualche volta... ah ah ah ah! ma inutile a che?! al 'progresso musicale generale'?!). ma 'noioso' l'ho sentito dire raramente, come se un ascoltatore 'serio' si dovesse un po' vergognare di dirlo. e invece, che sia soggettiva o meno (e quanto), è così fondamentale per me, la noia, nell'esperienza estetica. (e quando penso che feldman fu definito da un critico musicale del 'new york times', ancora nel 1986, il "compositore più noioso della storia della musica" mi convinco, effettivamente, che essa sia IN LARGA PARTE soggettiva).

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    10. Marco, data la lista dei tuoi compositori preferiti , tu sei un ascoltatore abbastanza originale.
      è vero che chi ha una formazione accademica giudica con strumenti diversi da chi non ce l'ha.
      Per dire , anche io , come (quasi) tutti i miei coetanei, ho frequentato il conservatorio ma ho avuto abbondanti esperienze nel mondo del rock, del jazz etc. Quindi posso apprezzare i Pink Floyd per una certa atmosfera psichedelica ( banalizzando) , ma non posso fare a meno di constatare la povertà , il dilettantismo di alcuni aspetti della loro musica , ad es del parametro armonico. Da poco ho riascoltato Atom Earth Mother e l'ho trovato francamente NOIOSO oltre che inutilmente retorico.
      Al contrario , apprezzo moltissimo i Gentle Giant, proprio perchè soddisfano la mia parte "accademica" ma contemporaneamente ne apprezzo la maestria nel coniugare il linguaggio rock con una maggiore raffinatezza armonico-timbrico-ritmica del loro linguaggio . A parte la eccessiva simmetria fraseologica: sempre 2+2 - 4+4 salvo rare eccezioni .
      HImdemith "noioso" ? vorrai concedere a un compositore di tale fertilità che non tutte le sue opere siano riuscite !
      Ascolta Cardillac, Metamorfosi sinfoniche, Hérodiade, Nobilissima visione, il ciclo della Kammermusiken....

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    11. Scusate se mi riaffaccio ma non posso fare a meno di ringraziarvi della cortesia colla quale avete risposto al mio quesito; quesito che, seppur scioccamente generico, era vivamente sentito. Il vespaio che ho involontariamente ed incautamente aperto comunque, mi ha dato l'occasione di arricchirmi con il racconto di esperienze d'ascolto diverse (ed è per questo che leggo sempre con molto piacere questo blog).
      Scusate infine, se non posso mai fare a meno anche di dir sempre la mia:
      Scrivendo a caldo, ipotizzerei che la stanchezza colla quale a volte o spesso ascoltiamo la musica contemporanea "accademica" sia dovuta a quella che è stata definita come "crisi permanente del linguaggio" che, a mio parere, è necessariamente anche crisi permanente dell'ascolto.
      Questa crisi in quanto permanente, tende a sclerotizzare il linguaggio, ad intorpidirlo nella sua stessa crisi.
      Ammesso che questa crisi permanente sia ancora attiva (questo forse potete dirlo voi che siete musicisti), in questa snervante "age of anxiety" siamo
      ormai spossati dall'instabilità che questo tipo di ascolto comporta.
      Da questo punto di vista, la musica elettroacustica ci offre l'opportunità di attraversare uno spazio sonoro in purezza appunto, come in una sorta di esperienza metasensoriale.

      P.S.
      Anch'io spesso sono infastidito dai tic e dai cliché soliti che si possono trovare in tutti i generi e i tipi di musica e ciò ha sempre molto a che fare con lo stato d'animo in cui mi trovo quando mi metto ad ascoltar musica.

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  6. Caro Renato, felice di percepire questo fermento ma, se pensi che questo atteggiamento musicale (intendo la volontà di percezione della musica slegato dalla presenza di un fenomeno visuale - musicista, immagini ecc. con i conseguenti fenomeni di esperienza musicale) risale agli albori della musica elettroacustica, beh rimarca di quanto il pensiero musicale italiano sia lontano dalla contemporaneità. Ma il ritardo è anche evidenziato da altri aspetti legati al pensiero della musica; te ne elenco un paio che mi pare emergano in modo evidente: l'oblio musicale autocosciente come il cercare i nessi strutturali di un brano, non sono modalità contraddittorie, bensì approcci diversi che dipendono dal "momento" in cui ci confrontiamo con la musica. Il nesso strutturale ci serve per comprendere razionamlmente, l'abbandono per affrontare in modo esperienziale l'evento. Credo che la musica sia entrambi. La seconda osservazione è che non sempre ho voglia di ballare e quindi Webern è perfetto...soprattutto se paragonato agli epigoni drammaticamente decrepiti oggi più che mai presenti nei cartelloni dei festival di "Musica Contemporanea".
    Infine l'Acusmonium credo risalga agli anni '70 e, se oggi abbiamo a Milano uno strumento simile, sicuramente lo dobbiamo in misura consistente a Giovanni Cospito che da sempre ha speso energie e impegno in tal senso.

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  7. Saper imparare, saper contaminarsi: il peggior musicista è quello chiuso nel suo mondo, che sia la techno oppure l'avanguardia. Ma imparare vuol dire anche contaminarsi, esporsi alla trasformazione, per lo meno saper ascoltare. Senza per questo perdere identità e unicità nella propria produzione e senza perdere la forza del proprio genere. Bellissimo post, mi ritrovo pienamente in quanto da un decennio produco sia musica acusmatica che "techno" nel senso più ambiguo possibile. Alla domanda penso che si possa rispondere così: non è proprio fuorviante lavorare per analogia sonoro/visivo. Spesso è un preciso intento del compositore elettroacustico. Ma è solo un ritrovato, una possibilità. Le cose si complicano, e diventano davvero interessanti, quando a dei dati immediatamente acquisibili si associano strati di suono astratti eppure sempre significativi. I sogni sono soltanto immagini? Sono ANCHE immagini.

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  8. sì, capisco perfettamente cosa vuoi dire, renato. è però, quello del rapporto tra colto ed extracolto in musica, un argomento davvero molto complicato: ho avuto lunghissime discussioni in proposito, 300 e passa commenti tra blog e facebook (solo per UN post, senza considerare le tante altre occasioni)... per sintetizzare al massimo grado mi verrebbe da dire: è FUORVIANTE giudicare la musica pop "dall'interno", dal punto di vista cioè del linguaggio musicale in sé (armonia, contrappunto, polifonia, forma, etc. etc.), senza tener conto del suo rapporto con la 'cultura' alla quale appartiene e dalla quale è condizionato molto più di quanto non lo sia invece la musica 'colta'. questo tema del rapporto tra arte e cultura è esattamente ciò che dovrebbe costituire l'orizzonte ideale per una discussione del genere, ed è anche un argomento che spesso disorienta, spiazza tanti compositori 'colti'. una cosa per me è evidente: noi musicisti siamo molto più presi (per usare un eufemismo, perché in realtà lo siamo INFINITAMENTE DI PIU'), coinvolti, indaffarati, assorbiti dalla 'musica in sé' (dal linguaggio musicale) di quanto gli altri artisti non siano presi dalla loro arte. siamo insomma gli artisti più autoreferenziali di tutti (lo dimostra, tra l'altro, il fatto che due soli compositori, wagner e cage, hanno VERAMENTE influenzato in maniera decisiva le altre forme d'arte e inciso profondamente sulla cultura loro contemporanea). un paragone con le arti visive non guasta mai: prendi un artista come roy lichtenstein. al di là dei gusti personali, nessun critico d'arte, nessun appassionato direbbe mai che il suo linguaggio pittorico è 'povero' o 'dilettantesco' rispetto, che ne so, a un picasso. nessuno nega l'importanza della pop art nella storia della pittura: per dignità artistica e importanza culturale essa è sullo stesso piano del manierismo, della pittura romantica o barocca, del cubsmo o dell'astrattismo, dell'impressionismo o di qualsiasi altra corrente 'storica'. in una collana di libri intitolata 'i maestri dell'arte' c'è posto per vermeer e per wahrol, per keith haring e per matisse. mantre in una collana di dischi intitolata 'i maestri della musica' c'è posto per brahms e per hindemith, per bach e per sciarrino, ma NON per i pink floyd. NON per i joy division. NON per i velvet underground. questi verrebbero inseriti in un'altra collana, quella - avrai già indovinato - de 'i maestri del rock'. ecco: QUESTA è la differenza che io non sopporto e contro la quale mi batto da tanti anni: perché mai keith haring può essere riconosciuto come un grande PITTORE e syd barrett non può essere riconosciuto come grande MUSICISTA?! (non un grande del 'rock', un grande MUSICISTA, degno di stare accanto a schumann e a philippe de vitry). eppure, ribadisco (e penso che il paragone sia perfettamente coglibile da chiunque): "andy wahrol sta a picasso come i velvet underground stanno a himemith", e NON "andy wahrol sta a picasso come SCIARRINO sta a hindemith"! ti torna?
    [continua]

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    1. [continua]
      stesso discorso dicasi per la letteratura: nessun lettore (o editore) si fa problemi a mettere kerouac, burroughs o william gibson accanto a calvino, joyce o a chi ti pare dei grandi scrittori del passato. è un tipico problema di noi musicisti di formazione 'colta': quello di pensare cioè che tutta la musica sia frutto di un PENSIERO MUSICALE IN SE', e che la densità, lo spessore - e io aggiungerei anche la complessità, che i compositori amano SOVRA OGNI COSA - di questo 'pensiero musicale' sia, se non l'unico, il più importante e fondamentale parametrto di giudizio di un qualsiasi pezzo di musica. ma il sol minore di 'shine on you crazy diamond' non è un sol minore: è QUEL SOL MINORE LI'. e 'quel sol minore lì' è unico e irriproducibile, ed è un sol minore che ha molti meno rapporti con l'armonia che con la cultura, un sol minore capace di evocare paesaggi sconfinati, profondissimamente legati alla cultura, all'immaginario collettivo, al clima emotivo globale degli anni settanta, MOLTO PIU' di qualsiasi musica 'colta' coeva (che è invece apprezzabile più per altre ragioni - e perlopiù, appunto, interne al fatto musicale). questo rapporto con la cultura, torno a ripetere, secondo me la musica colta ce l'ha avuto (e profondo!) fino agli anni settanta; poi è andato sempre più indebolendosi e allentandosi e oggi gran parte della musica colta è espressione solo di se stessa e delle istituzioni che la tengono in vita. è per questo che le persone colte di oggi hanno, per dire, i dvd di greenaway sugli scaffali, i libri di carver nella libreria, le stampe di haring alle pareti e... i dischi di bjork nel lettore cd.

      PS su hindemith: avevo messo la faccina per sottolineare l'ironia. anche a me piacciono le sue cose di più ampio respiro; l'hindemith noioso (ai limiti dell'insopportabilità, per me) cui alludevo è quello (o meglio, tanto di quello) cameristico. apprezzo molto anche alcune sue cose della breve fase espressionista, come il 'moerder, hoffnung der frauen').

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    2. Ti seguo Marco, ma fino ad un certo punto. Concordo quando critichi ciò che sostiene Renato a proposito della "povertà armonica" del linguaggio dei Pink Floyd. E' un giudizio di valore in cui credono molti tra gli addetti ai lavori della musica contemporanea. Oltre ad essere una questione culturale, di formazione è anche però una questione generazionale. Probabilmente le cose sono differenti per chi (tra i musicisti interessati ovviamente) è nato tra i 70 e i primi 90, dove l'elemento elettroacustico è parte integrante dell'educazione al suono, diventa un elemento formale già ampiamente storicizzato attraverso la frequentazione di differenti prassi (di solfeggio sonoro direbbe Schaeffer), più e/o meno colte e di cui il rock, il pop o la techno sono solo alcune manifestazioni. E' molto difficile stabilire delle priorità ontologiche nella comparazione ad esempio tra l'armonia carteriana o le famiglie spettrali FM della computer music, o anche il sound di un solminore di Gilmour (che tra l'altro è il risultato di più interazioni tra persone che coinvolgono non solo l'eventuale binson d'ordinanza, ma anche tutta la complessa operazione in studio di pro e postpro...che appartiene ad una cultura del suono così come l'armonia quartale).
      D'altronde è anche così che cambiano e si aggiornano le grammatiche. Ma è un processo lento di cui siamo i primi protagonisti. E' anche il così detto concetto di Sound di cui parlano certi antropologi della musica. Ma così come non seguo Fabbri quando sostiene che da giovane (spero di ricordare bene) cercava, con ovvia conseguente delusione, la chitarra di Hendrix in Gruppen di Stockhausen, non riesco a seguirtii quando accosti Hindemith ai Velvet. Cioè, azzardo, spiegami poi se ho capito male, per te mi sembra sia prioritario un problema di legittimazione culturale, sull'onda di quella che furono e sono le posizioni di un'accademia che effettivamente semplifica e sottovaluta tutt'oggi l'esperienza del suono (anche elettroacustico, di computer music ecc ecc). Ma per me è un'altra cosa rilevare l'effettivo contesto in cui si sono sviluppati i differenti linguaggi in differenti culture. Perchè è proprio fuorviante accostare non solo Barret a Schumann ma anche Schumann stesso a De Vitry! cioè, cosa, culturalmente, musicalmente, storicamente, condividono? Tra l'altro credo proprio che sia grazie al rilievo delle rispettive differenze che posso cogliere appieno la profondità culturale dei vari linguaggi! e magari fondare giudizi di valore più appropriati rispetto a determinate culture. Anche perchè, a ben ascoltare, la Genoveva di Schumann non è il concerto per violoncello.

      p.s.
      a me le sonate per piano di Hindemith piacciono molto :)

      Fabio S.

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    3. Credo che la risposta sia semplice. Barrett lo puoi capire solo se appartieni ad una certa cultura o se preferisci sottocultura.
      Questo è evidente sia dall'evidente frantumazione del mondo pop/rock, sia dall'estrema litigiosità (basta andare su un forum online).
      Gli appassionati di pop/rock sono un insieme di tribù che si odiano e si fanno la guerra fra di loro, perchè non si capiscono.
      Si parla spesso di "ignoranza condivisa", ti suggerisco lo scritto di Luigi Corvaglia in merito (psicologia del rock).
      Quando avevo 20 anni circa adoravo Barrett, ora non mi dice niente, anzi mi dà fastidio all'ascolto. Certo... "ricordo" che era un grande, ma se non l'avessi mai conosciuto ed una persona me lo facesse ascoltare ora non lo distinguerei da Gigi D'Alessio...
      Invece in molti lavori di Zappa vedo una ricerca musicale ed un valore che quando ascoltavo pop/rock non avevo (ancora) capito.
      Quindi prova a metterti nei panni di chi ascolta Messiaen o Ornette Coleman dalla mattina alla sera, come vuoi che possa "capire" Barrett?
      La musica popolare per definizione è oggetto di studio dell'antropologia e dell'etnomusicologia... solo alcuni (pochi) grandi jazzisti possono essere paragonati ai grandi compositori europei.

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    4. A proposito, ho chiesto ad un mio amico appassionato di pittura contemporanea cosa ne pensa della pop art ed ha incominciato a ridere ;)

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    5. Ecco un'altra cosa su cui ho riflettuto molto e di cui ho fatto autocritica.
      Quando ero un appassionato di musica rock e pop "di qualità" (qualunque cosa questo voglia dire) al punto che stavo pensando di svolgere almeno part-time il lavoro di giornalista musicale ero molto "snob". Adesso invece sono convinto che sia una perversione dare più importanza alla musica leggera che piace agli intellettuali (quelle persone "colte" che mettono Bjork o i Sigur Ros o i Tortoise nel lettore) piuttosto che alla musica leggera che piace alle persone più ingenue.
      Sei davvero così sicuro che sia più importante "preservare" il ricordo di Barrett piuttosto che quello di Michael Jackson o che Claudio Rocchi sia più importante di Ligabue?
      E' un tema davvero delicato quello del relativismo culturale, che dal mio punto di vista si risolve con "imparate ad ascoltare e capire davvero Bach e non rompete le scatole a distinguere fra scemate di serie A e scemate di serie B o C o D".
      Però questa è semplicemente la mia "soluzione". E' ovvio che, soprattutto nel mondo di oggi, non si può obbligare tutto il mondo ad educarsi all'ascolto della musica europea.
      Lo dico anche per te Marco, quando io ascoltavo un po' di tutto, di Beethoven e Coltrane non avevo capito nulla, percepivo circa il 10% del contenuto vero della loro musica. Se vuoi davvero fare il salto di qualità astieniti completamente dall'ascolto del rock, di qualunque tipo, perchè ti frigge il cervello e ti limita nella comprensione della grande musica.
      E questa non è una invenzione "mia", sono stati tanti musicisti di professione a spiegarmi che è impossibile conciliare fra musica seria e musica popolare... All'inizio li ho odiati, poi li ho ringraziati perchè grazie al loro aiuto ho avuto accesso a gioie infinite, pur non avendo avuto alcuna educazione formale.

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  9. caro fabio, ho letto diversi scritti di fabbri ma non mi sovviene quel passo che citi. non capisco però cosa vuoi dire quando dici che non lo segui: a me sembra che il senso sia abbastanza chiaro, e cioè quello di un giovane musicista seguace del rock (hendrix) che, venuto in contatto ex abrupto e senza 'preparazione' con l'avanguardia colta (stockhausen) non riesce a raccapezzarvisi, cercandovi e non trovandovi degli appigli 'familiari' (la chitarra di hendrix, appunto). almeno a me sembra così. quanto al mio paragone, volevo dire questo: posto che hindemith e picasso (ma al posto di hindemith potevo ovviamente metterci stravinskij e sarebbe stato ancora più chiaro) abbiano condiviso una medesima cultura (siano cioè entrambi espressione del 'moderno', di un contesto culturale che ha avuto le sue proprie e peculiari declinazioni musicali e pittoriche) allora, se devo trovare un analogo musicale di wahrol (ponendo wahrol in un'ipotetica linea di continuità con picasso) lo troverei certamente più nei velvet underground che in sciarrino. solo che, appunto, la linea picasso-wahrol appare molto meno problematica di quella hindemith-velvet (impossibile, direi!): questo è il paradosso che volevo mettere in evidenza. le arti visive hanno goduto negli ultimi cent'anni di una ben più ampia apertura culturale rispetto alla musica, di tendenze e indirizzi che si sono evoluti a 360 gradi (pensa ad es. alla rigidità monolitica dell'opposizione stravinskij-schoenberg rispetto alla pluralità degli esiti delle arti visive, dall'astrattismo al dadaismo, dal surrealismo al design - l'esperienza fondamentale del bauhaus e la sua ENORME influenza culturale è forse il segno più evidente di tale apertura, di come nelle arti plastiche il problema del rapporto tra arte 'alta' e arte 'bassa' sia stato risolto presto e in modo assolutamente indolore). e certo che per me è prioritario il problema della 'legittimazione culturale' di una forma d'arte: sta proprio lì il senso del mio discorso. nella risonanza culturale di un prodotto artistico, nella sua rappresentatività storica, nei suoi valori simbolici e affettivi oltre che linguistici. se non si tiene conto di questo e si continua a pensare sempre e solo in termini di linguaggio si diventa incapaci di interpretare il presente, di cogliere quello che i filosofi chiamano zeitgeist, 'spirito dei tempi'; se si pensa solo in termini di 'complessità armonica', è chiaro che una canzone di gigi d'alessio apparirà più 'musicale' di una dei joy division. non si può cogliere l'abissale differenza di valore artistico e culturale che le separa.
    [continua]

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    1. [continua]
      quanto all'allegro trio de vitry-schumann-barrett (ah ah ah ah ah ah! solo a pensarci mi viene il mal di testa e divento strabico... ;-) ): certo che non hanno NULLA in comune, se non appunto, per me, la DIGNITA' D'ARTE. sono tre MUSICISTI. ciascuno a modo suo, con mezzi, stili e linguaggi diversi ha segnato un'epoca: questo hanno in comune. il rapporto di un artista col contesto storico in cui opera è imprescindibile: schubert è impensabile senza la vienna del primo ottocento. feldman e cage sono espressione della new york anni cinquanta al pari del bebop e dell'espressionismo astratto. e quali musicisti sono stati espressione della londra degli anni sessanta? chi c'era, chi era attivo, vivo e presente, lì, in loco, insieme alle minigonne di mary quant, all'lsd, a 'blow up' di antonioni, alla op art, al teatro di pinter? chi CONDIVIDEVA quella cultura? hendrix, i beatles, i pink floyd ... e nella musica colta? cornelius cardew. cardew era L'UNICO compositore colto che avesse esercitato una qualche influenza (molta, per la verità) sullo scenario culturale della città. ma ERA LI'!!! con la sua scratch orchestra, con gli amm coi quali divideva il palco dell'ufo insieme ai pink floyd e ai soft machine... era lì: era un punto di riferimento, conosciuto (e riconosciuto), seguito, amato. gli altri, dov'erano? ferneyhough, p. es., dov'era? boh.
      insomma, per farla breve: penso che se tanti compositori 'colti' avessero passato meno tempo all'ircam e più tempo 'in mezzo di strada' forse la loro musica ne avrebbe tratto un qualche giovamento.

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    2. Caro Marco, credi veramente che possa esistere un artista impermeabile alle influenze esterne? Anche chi compone chiuso in un laboratorio "subisce" le influenze della "strada" ma guarda alla "strada" da un suo punto di vista specifico. Per fortuna nessuno può considerarsi come un punto isolato perso nel vuoto, neanche il compositore più astratto, e la vita intorno ci assedia ad ogni passo. Per come la penso io, si tratta solo di punti di vista diversi. In ogni opera d'arte, anche in quella che non fa presa sulla nostra sensibilità, pullula la vita della "strada".
      ...e non è neanche questione di lenti, come a dire che il musicista da laboratorio guarda la vita con il filtro artificiale del pensiero (para)scientifico o (para)filosofico -intellettuale, insomma- mentre esiste un pensiero musicale più diretto. Per me ogni rappresentazione artistica è un artificio e ci può essere un alto grado di artificialità tanto nel musicista pop quanto in quello colto (scusa questa bruttissima parola).
      Credo infine, che l'uomo sia, ossimoricamente, un essere barocco per natura e che se vogliamo trovare la realtà in ciò che esprime è nei suoi arzigogoli che bisogna cercare.
      (Questa è l'ultima, giuro: non ti disturberò più).

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    3. caro roberto, innanzitutto non mi disturbi affatto (ma qui siamo nel blog di renato rivolta, quindi semmai è a lui che devi rivolgerti al riguardo ;-) ). poi: non volevo dire che le opere d'arte non possano nascere nell'isolamento e nella solitudine, anzi molte delle più grandi sono nate proprio così. ma è un po' un'eccezione. l'arte si è sempre giovata della dimensione comunitaria e condivisa. botteghe, cenacoli, caffè, in generale i luoghi di incontro e di confronto sono sempre stati l'anima dell'arte. ci sono fotografie che ritraggono insieme shostakovic, majakovskij, mejerchol'd e rodchenko, altre in cui si vedono seduti allo stesso tavolo di un caffè stravinskij, picasso, nijinslij e cocteau o feldman, cage, pollock e o'hara, etc. credo che questa dimensione comunitaria negli ultimi decenni sia andata progressivamente sgretolandosi e ciò è corso di pari passo, secondo me, con la deriva accademica di cui parlavo (non che sia l'unica sua causa, beninteso).
      ma è davvero un discorso molto complesso, difficile da sviluppare in un blog. mi sono limitato a buttare giù opinioni, impressioni, idee. inevitabili, dunque, le incoerenze e le lacune. un caro saluto a tutti.

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  10. cari amici,
    sono sinceramente ammirato dalla ricchezza dei vostri scambi , e rinuncio volentieri a esercitare il ruolo di "amministratore", e anche se faccio molta fatica a decrittare ( interpretare ) talune vostre osservazioni , vi ringrazio per la passione con la quale contribuite!
    Vorrei solo richiamare la vostra attenzione in merito al confronto , che più volte torna in queste discussioni , tra la musica contemporanea e le arti visuali,o plastiche: la dinamica sociologica delle due discipline è molto diversa perchè le seconde hanno dalla loro parte un alleato potentissimo , il mercato . Le opere di Warhol & C. sono fatte per essere vendute e comprate, e c'è tutto un enorme giro di denaro , pubblicità, critica, galleristi , mercanti, riviste, mostre, musei.. che alimenta le quotazioni , che crea e distrugge "artisti", spesso vittime di questo mostruoso marchingegno. Nella musica, per ragioni che qui sarebbe lungo cercare di analizzare, tutto ciò non esiste, o esiste in misura microscopica.
    Anche perchè non si può "comprare" una sinfonia....ma al massimo la partitura ( che non è la sinfonia, ma il suo manuale di montaggio) o il CD ( e nemmeno quello è LA sinfonia, ma un suo ologramma virtuale ,stampato in migliaia di copie). L'unica sarebbe di commissionare al compositore una sinfonia, possedere una orchestra privata per eseguirla a nostro esclusivo uso e consumo , e impedire la pubblicazione della partitura per evitare altre esecuzioni ......
    Insomma, nel campo musicale la potenza del Mercato è entrata in pieno forse solo con la nascita del rock, e del pubblico realmente di massa che i è calamitato su questo . Con tutto quel che ne consegue, compreso il fatto che oggi anche la musica "classica" insegue , col fiatone corto e la lingua fuori, i processi di marketing tipici delle musiche di massa. e la musica contemporanea , rimasta isolata , stenta ad adattarsi al nuovo clima .
    Mi ha molto colpito la frase che Stockhausen ha detto in una intervista del 1974:
    " Il est clair que l’art deviendra dans quelques siècles un pur divertissement, et que l’art véritable, qui est la préparation de l’homme à une vie supérieure, sera alors le propre d’un petit groupe ésotérique réfugié dans l’underground."
    Forse aveva proprio ragione . Continuiamo a rifletterci su .
    Grazie a tutti

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  11. Potrebbero essere interessanti per tutti le osservazioni di Franco Degrassi sulla musica acusmatica:
    http://www.sedicitonnellate.com/2012/02/un-intervento-di-franco-degrassi.html
    A presto
    Andrea

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