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venerdì 23 dicembre 2011

Antropologia del giovane direttore d'orchestra: Genio o "Idiot Savant" ?



‎"In una grande città tedesca viveva un malato di mente, figlio di genitori agiati, che si fissava di essere un geniale direttore d'orchestra. Per curarlo, la sua famiglia gli scritturò l'orchestra migliore e gli diede la possibilità di dirigere la 5° Sinfonia di Beethoven. Anche se il giovane era un profano della più bell'acqua, l'esecuzione non risultò peggiore di tante altre esecuzioni correnti. Infatti l'orchestra, che sapeva suonare il pezzo a occhi chiusi, non si preoccupò affatto degli attacchi sbagliati dati dal dilettante, e la sua (di quest'ultimo) follia si trovò confermata." 
Th.W. Adorno - Introduzione alla sociologia della musica, cap. 7


NOTA: quanto segue non è una livorosa recriminazione, ma il tentativo di un piccolo saggio di fanta-antropologia sulla figura del direttore d'orchestra, quale essa sta mutando di pelle sotto i nostri occhi. E non inganni la fotografia del grande - se pur forse talvolta sopravalutato da alcuni - Toscanini: è solo un modo per dire che prendiamo lui come benchmark, come prototipo del direttore d'orchestra "moderno" del XX secolo, e lo  facciamo perchè non è più tra noi: ma stiamo parlando di altri.
Retropensieri
Prova d'orchestra
Dunque, immaginiamo di aver assistito recentemente ad una serie di prove di un giovanissimo direttore d'orchestra appartenente (secondo i più, meritatamente) alla categoria Extra-Lusso, della Classe A-plus internazionale. Un globetrotter che passa forse il 50% del tempo dei suoi ancora quasi imberbi anni a bordo di aerei, sempre in movimento da una parte all'altra del mondo, e che quando prende terra non sta più di 3/4 giorni nella stessa città, della quale vede il teatro o la sala da concerto, il camerino del direttore, la sua stanza d'albergo a 5 stelle+, qualche ristorante esclusivo, e forse ben poco d'altro.
Questo giovane capitano d'industria (ché il suo business è paragonabile, se non superiore quanto al "giro d'affari", a quello di un Top-manager di una Corporation multinazionale) provenendo da un altro continente, dove si è formato in un contesto socioculturale e musicale molto differente, e per alcuni versi opposto al "nostro", è sbarcato in città per dirigere la locale prestigiosa Orchestra Filarmonica in un concerto dedicato ad un solo grande pezzo, vetta del sinfonismo postromantico, sintesi di una intera Cultura continentale e di una Weltanschauung che si vuole universale.
Ecco il generoso (si fa per dire) piano-prove di  cui  può  disporre: 2 "letture" di 2 ore e mezza, una prova generale pubblica a inviti, concerto. 
Considerando che il brano in programma ha una durata di 1 ora e 40 minuti circa, e detraendo dal tempo delle prove le necessarie pause-caffè, che assommano  in totale a circa 1 ora (3 x 20 minuti), ne deduciamo che durante le sedute di  prova c'è più o meno il  tempo sufficiente per suonare la sinfonia da capo a fondo 3 volte al massimo; oppure per selezionare e provare con attenzione i punti che necessitano una cura particolare, ma rinunciando con ciò per forza alle esecuzioni  integrali in sede di prova. Meno che mai  è  concesso  al direttore di perdere tempo in inutili chiacchere o spiegazioni circa il  taglio  interpretativo della sua lettura, o dilungarsi in chiarimenti estetico/musicologici su equilibri sonori, scelte di tempi, nè per informare gli orchestrali di alcuni  aspetti più "di servizio", se vogliamo, quali la scelta di battere determinate sezioni "in due" o "in quattro". Non prendiamo neppure in minima considerazione, infine, l'opportunità o la necessità di verificare in sede di prova dettagli leggermente più raffinati quali la scelta di determinate arcate, o la eventuale modifica di talune indicazioni agogiche o  dinamiche....nulla di tutto ciò. Non ve n'è il  tempo materiale. E per di più, le orchestre non amano chi  si  dilunga in sottigliezze, come scrive Adorno con un certo snobistico cinismo:
  
‎" La resistenza emotiva delle orchestre si rivolge contro ogni elemento di mediazione, contro tutto ciò che non è né (pura) tecnica, né comunicazione diretta. Il direttore d'orchestra loquace è sospetto come una persona che non è in grado di concertare decisamente ciò che pensa, o che tira per le lunghe con le chiacchere le odiatissime prove. L'avversione contro i discorsi deriva in eredità agli strumentisti d'orchestra dal lavoratore manuale: sospettano che l'intellettuale che sa parlare - cosa che essi non sanno fare- li imbrogli. Giocano forse in questo meccanismi arcaici, inconsci. L'ipnotizzatore tace, e tutt'al più impartisce comandi. Non spiega, perchè la parola razionale spezzerebbe l'incanto  della trasmissione" 

In questo, il nostro  giovane businessman  della musica è perfetto.  Entra in sala prove con leggero, studiato ritardo, quando  l'orchestra è  già  pronta e accordata da un pezzo, e i musicisti stanno iniziando a domandarsi se il Maestro sia informato dell'orario di inizio della prova, o  se per caso non sia la sera prima volato in qualche altra città europea per dirigere un concerto-lampo. Infine, un attimo prima che la preoccupazione si palesi  tra le file degli  orchestrali  e dei numerosi  assistenti  di  palcoscenico, assistenti  alla Direzione  artistica & affini presenti, ecco il Nostro comparire in sala prove. La sua entrata è quasi inavvertita perchè sia l'abbigliamento (anonima, comunissima felpa+blue-jeans) sia la sua persona fisica (in tutto  simile a un qualunque  ragazzotto quali quelli che affollano le nostre strade, scuole, discoteche) sembrano  studiate con cura per occultare, rendere anonimo l'eminente artista che sotto quelle apparenze si  protegge.
Dunque,il giovane Maestro, confuso tra gli orchestrali anch'essi in abbigliamento  informale, e riconoscibile solo dal fatto che ha una bacchetta in mano,  dopo  aver stretto fuggevolmente qualche mano e  aver salutato, en passant, con cameratesca cordialità qualcun altro, avanza facendo lo slalom tra i leggii e monta sul podio, nella disattenzione dell'orchestra, come un camionista potrebbe montare in cabina di guida dopo la meritata sosta all'autogrill; e  gettata a terra tra i piedi la felpa Armani finto-mercato rionale della banlieue, attende che si faccia silenzio. Quasi subito, il confuso  preludiare dell'orchestra diminuisce fino  a spegnersi, in una quiete piena di tranquilla attesa, senza la minima tensione o ansia.
Evidentemente l'orchestra non "soffre" la presenza di quel ragazzotto sul podio, anzi il  suo atteggiamento improntato all'understatement  infonde chiaramente in loro serena fiducia. Si identificano con lui, come se fosse uno di loro. 
Ma scopriremo subito che non lo è affatto.
E' in piedi sul podio, pronto a dare l'attacco, mentre la voluminosa partitura rimane chiusa sul leggio del direttore: lui non la apre, al contrario, vi butta sopra la felpa raccolta da terra, con nonchalance, quasi a sottolineare con signorile sprezzatura che non intende affatto servirsi della partitura durante la prova, perchè con ogni evidenza conosce perfettamente a memoria il pezzo. 
E infatti, ecco: un ammiccamento con gli occhi, a mo' di complice saluto  all'orchestra, come a chiedere silenziosamente " siamo pronti?",  e senza dire una sola parola la bacchetta si alza, e inizia il miracolo.
Un dono miracoloso 
Fin dalla prima battuta è chiaro a tutti che stiamo assistendo alla manifestazione  di un chiaroveggente, di un talento inscritto  nei cromosomi ed arrivato da chissà dove fino a questo ragazzo, e sgorgando naturale, prende forma concreta, trasparente e semplice come un'acqua di fonte. Il controllo dell'orchestra è totale, la bacchetta rimane sempre a mezz'aria, quasi senza muoversi, come la stecca di un rabdomante in cerca di acqua. Se la bacchetta accenna un leggero fremito, come il rapido sbattere di ali di un colombo che si invola, il fremito si trasmette all'orchestra, e ne cava screziature coloristiche e subitanee accensioni di vibrato. La tecnica chironomica che -si presume- anche lui avrà da qualche parte studiato, da allievo, pare completamente trascurata, dimenticata: se non addirittura ignorata per non averne avuta la benchè minima conoscenza razionale frutto di studio, esercizio o riflessione. Tutto sembra fluire senza la minima difficoltà: quella musica appassionata, ora lugubre, ora drammatica, ora intinta di colori folk, trova la sua strada nel modo più naturale. Il direttore è  come un fantino che con impercettibili aggiustamenti nella tenuta della briglia, senza alcuno sforzo e in totale relax costringe dolcemente il suo  purosangue a salti, scatti, virate improvvise.
Questo  giovane sembra possedere il segreto  di un magnetismo con il quale  sa trasmettere al centinaio di  strumentisti di fronte a lui un flusso costante di informazioni chiare e inequivoche, senza che il messaggio sia espresso  esplicitamente in forma gestuale ne' tantomeno verbale.  
Dunque, la prova consiste semplicemente nell'eseguire il pezzo, senza il  bisogno di alcuna altra forma di comunicazione, se non - molto raramente - dei rapidi pro-memoria anticipati strada facendo, del tipo:" questo più forte" oppure: "da qui, in tempo più mosso" ..
Per il resto, durante le 2 ore e mezza di prova (tolta la pausa-caffè, che annuncia laconicamente, senza commenti su quanto  provato  finora, e senza informazioni su quanto seguirà), soltanto alcune elementari, direi perfino primitive istruzioni verbali in merito a correzioni esecutive,  verranno  impartite esclusivamente a esecuzione finita (ad esempio, del I o del II movimento e così via), e in una forma talmente sintetica e semplice da sembrare francamente banali, superficiali, superflue. Allora,come un veggente che riveda nella propria memoria fotografica le singole pagine della partitura, elenca una serie di  punti, con i relativi numeri di  riferimento per l'orchestra infallibilmente esatti, e ne espone le relative osservazioni. Non alza mai la voce, è costantemente calmissimo, quasi freddo, distaccato : come un medico chirurgo in sala operatoria, lavora con tranquilla metodicità. Riprova un gruppo di 4 battute qui, un cambio di  tempo là. Il tutto con la massima sinteticità ed efficienza. Non costringe l'orchestra a suonare nuovamente una sola nota più del necessario. 
Quando si ritiene soddisfatto -quasi sempre dopo una sola ripetizione del frammento selezionato- elargisce un semplice "bravi", e passa oltre. Tutto ciò senza mai aver aperto la partitura. 
Finita la prova, tra gli applausi ammirati degli orchestrali, saluta accennando un leggero inchino a mani giunte come un monaco buddista, e si dilegua come era entrato: come se, scendendo dal podio, il suo "magnetismo" scomparisse d'incanto e tornasse ad essere un qualunque insignificante ragazzotto in felpa e blue-jeans.



"L'Aura" del direttore  
Ora: nessuna indagine razionale può dar conto di questo dono miracoloso  che è dato in sorte ad alcune rare creature quali questo giovane Maestro, che è perciò a ragione già universalmente riconosciuto come uno dei Grandi direttori del XXI secolo. 
Ma questo suo comportamento suscita in chi, osservandolo, sia dotato  di  un minimo di competenza, una domanda insidiosa: questo silenzio, questo sottrarsi a un contatto con l'orchestra che non sia limitato al pur intenso atto del  dirigere, questo non indulgere a parole, sono atteggiamenti studiati o naturali? Sono frutto di scelte razionali, programmate e poi rinforzate nell'esperienza, oppure sono l'espressione spontanea di un modo del tutto  naturale di vivere la musica, al quale non servono parole ne' spiegazioni ? 
C'è una sostanziale aporia tra l'atteggiamento di cameratismo, di friendship, e quella distanza psicologica che appare invece del tutto funzionale all'esercizio del "Potere" direttoriale. A chi si rivolge in realtà? Potremmo dare nuovamente ragione ad Adorno :  

‎"Mentre il direttore si comporta come un domatore del'orchestra, egli si rivolge in realtà al pubblico, secondo un meccanismo di trasposizione che non è estraneo alla demagogia politica. Egli fa da surrogato per soddisfare la (del pubblico) necessità sadomasochistica, quando non sono a disposizione altri Führer da acclamare, e finchè mancano" 
 e più oltre: 
"Il direttore d'orchestra è l'immagine di  colui che ha un rapporto diretto con il pubblico, mentre ad un tempo  la sua specifica attività musicale è di necessità estranea anche al pubblico nella misura in cui il direttore non suona nessuno  strumento; egli diventa così un musicista-attore, e proprio questo contraddice una rappresentazione veramente aderente alla musica."
Al netto delle iperboli adorniane sul Führer -figura che per un ebreo emigrato in USA, quale Adorno era, resta carica di infamia- ma che comunque colgono un aspetto  di  fondo della psico-simbologia sociale del direttore d'orchestra, è qui ben centrata l'intuizione sull'ambivalenza della figura direttoriale: vi è una funzione  tecnica, necessitata da condizioni materiali (il bisogno  di  coordinare in modo  unitario un collettivo di musicisti, sia dal punto di  vista logistico/sonoro che da quello  interpretativo) ma vi è anche una funzione di "immagine", giungerei a dire, inevitabilmente, di spettacolo. Con i suoi  atteggiamenti, con il linguaggio non verbale e corporeo, e con una quantità di altre componenti più sottili e imponderabili, il direttore invia messaggi subliminali, sia all'orchestra che al  pubblico, e costruisce (coscientemente o meno) intorno a sè un "aura" che può diventare talvolta addirittura la componente primaria del suo ruolo.
Il grande maestro Darth Vader e la StarWars Symphony Orchestra
Riassumendo 
Prima che arrivi il giorno della prova con questa o quella orchestra, il direttore di fama mondiale è sempre preceduto dalla propria nomea, dal proprio prestigio internazionale. Ci si aspetta da lui qualcosa di eccezionale, pari al suo rango, e si tende perciò a esercitare il  proprio giudizio con una certa ansiosa prudenza, per paura di trovarsi in minoranza rispetto alla δὀξα (dóxa). Si è già dall'inizio riluttanti ad articolare una propria opinione meditata e fondata su elementi concreti.
Quando poi ci si trova in sua presenza, tale pre-giudizio positivo è certamente favorito, confermato e rafforzato dal suo non concedersi fino in fondo, dall'aura di mistero che egli si da' col suo apparire laconico, distaccato, sicuro di sè.
Inoltre, non c'è niente di più impressionante che veder dirigere un lungo e difficile pezzo a memoria, e constatare che il direttore non lo conosce  solo superficialmente "a orecchio", ma "vede" nella sua memoria la partitura in ogni dettaglio, anche nelle sua parti interne (le voci secondarie, i ripieni, gli  accompagnamenti e così via)  incluse perfino le cifre di riferimento necessarie a reperire le varie sezioni della partitura.
Tutto ciò, sommato alla capacità -vera o presunta- di utilizzare in modo  efficiente e economico il tempo delle prove, e mostrando (sottolineo: mostrando) di dare all'orchestra completa fiducia col far finta (?) di non notare certe palesi lacune, glissando sui pericolosi slittamenti di certe sezioni, su grossolani disequilibri sonori, su una  certa generale mancanza di precisione e di appiombo, completa il quadro di un "aura" che, ci si domanda, potrebbe essere costruita a bella posta per impressionare i più, e ottenere l'obbedienza e il rispetto dell'orchestra senza alcuno sforzo apparente. E oltre a quella, la consueta acritica, stuporosa ammirazione del pubblico e dei fans troppo spesso manipolati dai media.
Questo businessman infatti non ha tempo -e forse, nemmeno voglia- di  spendersi troppo a spaccare in quattro il capello, alla ricerca del dettaglio che può forse dare un senso decisivo a tutto un brano: non glie lo concedono le poche ore di prova messe a sua disposizione da un sistema di produzione musicale industriale "moderno", che impone tempi ridottissimi e massima efficienza dello standard prestazionale. E lui, da bravo capofila del "sistema", si adatta facilmente a questo standard.       
E tuttavia, passiamo oltre queste pur fondamentali osservazioni, e veniamo ad  esaminare la sostanza dell'interpretazione fornitaci dal nostro direttore.


"...Ehm, l'ho studiato su You Tube..." (dichiarazione di un allievo direttore)
Tutta una quantità di dati inducono a chiedersi se nonostante la sua giovane età  egli abbia potuto maturare, e sia poi in grado di rendere adeguatamente nella sua interpretazione la profondità espressiva, la dolente ricerca dell'Assoluto, il canto metafisico racchiuso nella partitura. 
Non si possono non rimarcare la lentezza artificiosa, superficialmente estetizzante di alcuni tempi; le notevoli, a tratti insolenti licenze agogiche che si concede, contraddicendo apertamente alle indicazioni scritte in partitura dall'Autore, oppure forzandone il senso molto oltre il loro contesto; la slabbratura eccessiva delle connessioni tra una sezione e l'altra, nei movimenti più lunghi e complessi  formalmente; ancora, è inevitabile accorgersi di una generale aria di  autocompiacimento, del carattere eccessivamente esornativo, un tantino "hollywoodiano" di certe cavalcate a suon di ottoni, di un certo sentimentalismo di maniera di taluni estenuati pianissimi, che sembrano abilmente usati come acuto espediente per far restare a bocca aperta e commuovere le colte Dame dell' high society..
Sulla base di  queste oggettive constatazioni di merito, uno si chiede se sia dato, ad un giovane pur dotato di eccezionale talento e naturale carisma, di aver nozione per esperienza vissuta e personale del dolore metafisico, della amara stimmung che impregna di sè la poetica di questo particolare Autore, conferendole quella tinta agrodolce, quel personalissimo tratto di pessimismo visionario. 
Uno si chiede insomma se questo giovane uomo venuto da un altro  emisfero, il cui radioso destino era segnato da astri benevoli fin dalla più tenera età, abbia mai conosciuto sulla sua persona il male di vivere, il Nulla dei filosofi tedeschi, o la Nausée di Sartre...se abbia mai avuto il tempo, tra un aereo e l'altro, di leggere i  poeti e gli  scrittori mitteleuropei del XIX e XX Secolo, se abbia respirato, almeno attraverso i libri, l'aria della Felix Austria, e così via.

Con ciò non intendo  significare che una buona esecuzione musicale implichi di necessità che l'interpete disponga di una approfondita cultura personale libresca: ciò è  certamente importante, ma forse non indispensabile. Ne' ritengo  impossibile che una persona di genio, dotata di  sensibilità superiore, insomma in un certo  senso un poeta dell'esistenza quale un musicista di  alto  livello non può non essere, possa essere privo di una coscienza istintiva, naturale del Destino dell'individuo, come insegna il celebre distico:
Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole...
Certamente l'Uomo di genio, se è un vero Poeta, fin dalla tenera età intuisce oscuramente la Verità che si fa strada faticosamente nel Mondo attraverso le opere dei grandi artisti e compositori.


Concludendo..
Per non indulgere in ulteriori sconfinamenti filosofico/letterari e tornare al tema di questa breve indagine, ciò che possiamo concludere e che abbiamo tentato fin qui di dimostrare, è in fondo una banale ovvietà: "L'industria culturale", alla ricerca spasmodica di sempre maggiori guadagni e pubblicità, ha bisogno di sempre più divi mediatici e nuovi giovani talenti da immettere sul suo avido mercato, e talvolta fortunatamente (non molto spesso però) ne trova di autenticamente grandi, di fenomenali, quali quello che abbiamo sin qui descritto.
Ciò facendo però, dà luogo ad una inevitabile, progressiva mutazione genetica del "Direttore d'orchestra", che deve sempre essere presentato presso l'opinione pubblica come un Genio, mentre qualche volta -non questa, fortunatamente, ma molte altre volte sì- l'opinione più avveduta ha 
fondati motivi per sospettare di trovarsi al cospetto di un (pur dotatissimo) Idiot Savant. E sottolineo sospettare.  

2 commenti:

  1. Caro Renato, per gioco, proviamo a sostituire il giovane direttore d'orchestra vivente con uno dei compositori morti giovani, troppo giovani: Mozart, Schubert, Pergolesi?
    Non pensi che si potrebbero avere gli stessi sospetti della tua "Conclusione"? Eppure tutti noi ne abbiamo riconosciuto il valore metafisico.
    Per me quel che non va è quella che dici "l'industria culturale", ma per i geni ho solo ammirazione, senza molti sospetti. Un abbraccio. Paolo Furlani

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  2. caro Paolo, grazie per aver avuto la pazienza di leggere il testo, e anche per il tuo commento.
    Raccogliendo la tua "provocazione " ti risponderei così:
    -in primo luogo, al tempo di Mozart, Schubert, Pergolese, vi erano molti altri compositori loro contemporanei e concorrenti, più onusti di gloria e di onori che oggi sappiamo immeritati. C'è voluto molto tempo perchè fosse infine chiaro che i genii sono questi, e non quelli...
    - conseguentemente, io mi sforzo di esercitare sempre e comunque una attenzione critica nel valutare il lavoro dei miei contemporanei, rischiando di sbagliare o di apparire un saccente professorino.
    -può darsi che le mie osservazioni siano anche determinate da un occhio di particolare competenza tecnica che credo di possedere circa la fenomenologia della professione di direttore...
    -infine, comunque non ho alcun problema a riconoscere il genio , quando lo vedo, e ne do volentieri atto con sincero entusiasmo, come faccio in questo pezzo. Ma non rinuncio a tenere gli occhi bene aperti , perchè "l'industria culturale" (la definizione non è mia, ma di Adorno/ Horkeimer) è la vera malattia della cultura contemporanea. Ne ho parlato nel mio altro post intitolato "il mondo all'incontrario", se ti interessa. Un saluto affettuoso e auguri !

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