"Sto diventando un po' troppo critico per potermi illudere ulteriormente di avere qualche talento" - F. Nietzsche


"Musica est exercitium aritmaeticae occultum nescientis se numerari animi“

- G.W. Leibniz


"I pecoroni non vogliono diventare padroni del loro lavoro!" - C.T.


"Tutta la musica è contemporanea."

giovedì 8 dicembre 2016

CORSI E RICORSI STORICI


Grazie a un recente post di un amico, ho fortunosamente recuperato dai più dimenticati recessi della mia disordinata biblioteca questo libro, relitto di un epoca tramontata e rimossa, pubblicato nel 1971 da un Perniola trentenne ma già pienamente integrato nel mondo degli studiosi di alto livello, e infatti pubblicato nella collana di estetica curata da due "mammasantissima" dell'epoca, Luciano Anceschi e Luigi Pareyson.
Leggendo il risvolto di copertina, trasecolo:
"L'arte non è una manifestazione piena e totale della creatività umana, ma una sua alienazione....l'arte, intesa come significato senza realtà, e l'economia, intesa come realtà senza significato, costituiscono la struttura del mondo borghese: in esso alla spiritualità impotente della prima corrisponde la materialità violenta della seconda. Entrambe cercano di chiudere l'uomo in un contesto totalitario fondato sulla separazione."
Parole che evocano il sapore inconfondibile di un tempo nel quale, sotto il vessillo allora egemonico della visione marxista del mondo, molti provarono a elaborare una critica radicale dello stato delle cose, con il sogno di rovesciare un intero modello sociale e culturale e rifare tutto da capo, in un modo più giusto e più umano.

martedì 27 settembre 2016

DIONISO AL CONCERTO DI MUSICA ELETTRONICA (Cronaca semiseria)


"Remix concettuale": questa la definizione di ciò che ci aspetta, a quanto dice uno degli addetti ai lavori.

I PARTE
Sul palcoscenico non c'è alcuna presenza umana: solo dei totem primitivi, dei menhir tecnologici.
Presenze impersonali, inquietanti.
Sono creature di un altro mondo.
Le loro bocche sdentate sghignazzanti su colli troppo lunghi, i loro occhi senza orbite sono rivolti verso di noi, impersonali, ieratici. Ma sappiamo che è da quelle bocche e da quegli occhi che uscirà lo tsunami inaudito di suono, l'onda che ci sommergerà.
E sarà subito Trance oceanica ansiogena. Siamo venuti qui per questo.
Tutti noi seduti al buio, siamo sommersi da suoni sibili schianti battiti di ali uragani e maree provenienti da ogni parte intorno a noi a volume devastante.
Mi dico: mette un po' a disagio in verità vedere questo pubblico che assiste a una sorta di Rito di devozione collettiva al Dio onnipotente della Macchina. C'è una fortissima componente Dionisiaca senza dubbio, ma la violenza primigenia è qui sterilizzata: si assiste, ordinatamente seduti in silenzio ognuno al proprio posto e al buio, a questa sublimazione collettiva della violenza.
L'Uomo della Macchina è il sacerdote che officia il Rito dall'altare allestito in mezzo a noi, in platea, da dietro la sua consolle luminosa come il quadro comandi di uno shuttle ( il paragone è scontato, ma pertinente: il Cosmo, lo Spazio è l'immagine che viene più facile alla mente quando si ascolta musica elettronica: forse a causa del riverbero lunghissimo, dei profondissimi orizzonti siderali che il suo utilizzo ispira).
L'Uomo della Macchina dunque è colui che solo è autorizzato a evocare la potenza del Dio, a provocarne l'Epifania immateriale, sub substantia sonoris.
Viene il sospetto che questo desiderio di trance pseudo-mistica non a caso interessi così tanto il pubblico, in maggioranza di giovani, che c'è qui: come se fosse un modo per partecipare virtualmente a un sacrificio pagano e violento, ma metaforizzato in forma sonora e perció priva del pericolo di far scoppiare un'orgia o una violenza di massa, come invece sarebbe piu logico aspettarsi da questi giovani precari, che hanno ancora tutta la vita da vivere ma con davanti un futuro incerto e oscuro.
Dovrebbero scendere in piazza e spaccare tutto, fare la rivoluzione, penso dentro di me.
Invece se ne stanno lì buoni buoni seduti nel loro posto numerato, e hanno applaudito con cortesia e moderazione la lunga presentazione pre-concerto. Hanno applaudito disciplinatamente le Autorità civili e religiose e ora stanno zitti e buoni al buio, invece di uscir fuori e spaccare tutto.
Ma forse quello cui partecipiamo qui è ancora e sempre quello stesso rito apotropaico che in ogni tempo gli uomini celebrano, evocando la violenza in forma simbolica per scongiurarne l'esplosione concreta e reale.
Da questo punto di vista, la qualità intrinseca della musica sembra a me essere davvero poco importante. E forse anche per questi ventenni. Non siamo qui per la musica, ma per qualche altra ragione oscura che non riesco ad afferrare.

giovedì 4 agosto 2016

CONNECT ?



CONNECT
Leggo sulla preziosa rivista cartacea edita da Ensemble Modern, Frankfurt, il lancio di un progetto di cooperazione internazionale tra lo stesso EM, London Sinfonietta, Asko, Remix, chiamato CONNNECT che sarà eseguito nei quattro paesi dove risiedono i predetti ensembles, e consiste nel commissionare ad alcuni (giovani) compositori dei lavori che includano un intervento attivo del pubblico nell'esecuzione.
Va da sè che questa partecipazione, per ovvi motivi, non puó essere molto raffinata. Dalle interviste ai compositori ricavo che il pubblico potrà suonare varie piccole percussioni distribuite all'ingresso del concerto, oppure mormorare, recitare in vario modo brani di poesie tratte dal programma di sala, o produrre suoni - vocali o di altro genere: sempre seguendo una serie di istruzioni precedentemente impartite, e integrando così, come previsto in partitura, la parte musicale eseguita dagli interpreti professionisti. Potrà eventualmente anche spostarsi insieme agli esecutori, nel caso che l'opera preveda da parte dei musicisti professionisti una esecuzione "itinerante" o spazializzata. E così via. 
Per riflettere su questo progetto è necessario tenere a mente il contesto più ampio: la musica contemporanea "accademica", quella che discende in qualche modo dalla "Neue Musik" del '900, perde appeal in tutta Europa, fatica a finanziarsi e rischia di ghettizzarsi sempre di più, con un suo pubblico fedele certo, che peró invecchia, con i suoi riti più o meno consolidati. Non era questo il progetto originale della Neue Musik, la quale, al contrario, nei pensiero utopistico dei suoi esponenti più d'avanguardia, credeva di sostituirsi del tutto, nel mondo del futuro, alla musica "classica"! 
Il pionierismo dell'avanguardia è ormai consegnato alla Storia. Le formazioni specializzate in questo repertorio, oggi pienamente istituzionalizzate da parecchi decenni, finanziate in larga parte da denaro pubblico, sanno che in futuro queste risorse diminuiranno seguendo inevitabilmente il trend politico/culturale del nostro tempo. Quindi cercano giustamente di rimodulare la loro offerta e di rinnovare allo stesso tempo il pubblico e la proposta culturale in modo più adeguato alla nuova situazione sociale, alle tendenze attuali. 
E indubitabilmente il concetto di CONNESSIONE, di PARTECIPAZIONE, in vari modi coniugato, nel mondo reale come in quello virtuale dei media e dei social media, è il trend principale del nostro tempo. 
Ecco quindi che l'idea di coinvolgere il pubblico direttamente nell'esecuzione, annullando in qualche modo la distanza tra i musicisti sul palco e la gente seduta in platea, sembra essere una risposta, sia pur parziale, per rimettere in moto le cose e risvegliare l'interesse della gente e dei media.
Benissimo: del resto l'idea non è affatto originale, se si pensa alle performances di John Cage e altri in campo musicale (roba degli anni 50/60 del Novecento!) e del nostro Ronconi nel teatro: penso al suo Orlando Furioso degli anni '70, allestito in vari spazi di una ex fabbrica, con scene recitate in contemporanea in varie sale che il pubblico poteva visitare nell'ordine preferito.
Questi due precedenti storici bastino per esemplificare una grande quantità di proposte simili che si sono viste nella seconda metà del Novecento.
 
È poi recentissimo il "Concerto per orchestra e pubblico" di Nicola Campogrande, (vedi foto-articolo di Repubblica)  che ha avuto delle esecuzioni pare molto gradite dal pubblico partecipante, e ha attirato l'attenzione dei media non specializzati. Io non l' ho ascoltato e non posso giudicare.
Comunque, è ovvio che non si inventa mai nulla ex-novo, e che sembra saggio riprendere una tendenza del passato, se si è in grado di svilupparla meglio, di adeguarla al presente. 
Dipenderà quindi dalla qualità artistica- non solo dal suo potenziale di socializzazione - di questo progetto CONNECT se avrà fortuna.
Sinceramente, ciò che desumo dal lungo articolo sulla rivista di EM nelle dichiarazioni d'intento dei suoi serissimi promotori, non sembra andare molto più in là di un retorico, politicamente corretto appello alla "partecipazione attiva" del pubblico nella realizzazione di particolari "atmosfere" musicali, magari anche affascinanti singolarmente dal punto di vista sonoro, ma credo tutto sommato dal fiato corto, e mi domando: è veramente così che pensiamo il futuro della nostra musica? Siamo di fronte a un espediente massmediatico oppure a una proposta articolata, pensata a fondo, di lungo respiro? La nostra é l'Era della Connessione, della Condivisione: ma anche qualche volta della demagogia. Non vorrei che alla fine ci ritrovassimo in una no man's land, a metà strada tra i vecchi happenings degli anni '60 e il pubblico festante che applaude a tempo la Radetsky March ogni 1 gennaio a Vienna :-))

domenica 5 giugno 2016

LA STORIA NEGATA - Musica e musicisti nell'era fascista


"L'epurazione di un parte del nostro patrimonio nazionale è stata, in musica, più efferata che nelle altre arti. (...) è stato facile, per i partiti trionfanti dopo la Guerra Civile in Italia, eradere semplicemente ció che avrebbe meritato una complessa discussione. (...) la revisione postbellica ha causato una soluzione di continuità capace di mettere in crisi la stessa identità nazionale della musica del Novecento italiano. Se l'Italia è ancora "il paese del Melodramma", per dirla con Bruno Barilli, la colpa è sopratutto degli operatori culturali (....) che hanno agito in modo distruttivo. "

Questa la tesi di fondo del bel libro di Alessandro Zignani (Zecchini Editore) che, da un punto di vista genericamente definibile "conservatore", restituisce un panorama complessivo, se non esauriente, e illuminante sulla situazione dei musicisti italiani nella prima parte del Novecento e in particolare durante il Ventennio. Denso di informazioni, e ricco di ironia e sarcasmo che permette di guardare anche con un certo distacco alle baruffe e alle lotte per il potere tra compositori che si contendevano i favori del Duce, è un libro che consiglio perché mi pare un contributo indispensabile per iniziare in modo sistematico a colmare una lacuna storica e musicologica sulla quale per anni abbiamo rifiutato di volgere l'attenzione.
Casella, Respighi, Giordano, Pizzetti, Malipiero, Lualdi, Sinigaglia, Ghedini, Bossi, Pick-Mangiagalli, Porrino, Salviucci, Pilati, Gnecchi, Mulè, De Sabata, Marinuzzi e molti altri sono stati i protagonisti della musica italiana nella prima parte del secolo: più cosmopoliti e meno provinciali di quanto ci siamo abituati a ritenere, meritano ben maggiore attenzione di quella finora loro riservata.
Non per rinverdire un becero neo-nazionalismo musicale, ma perché è più saggio conoscere i nostri padri, e comprendere da dove siamo venuti, invece che tentare di seppellirli per sempre, come vergognandosene, dopo averli condannati con un processo sommario.
I tempi sono maturi per un ripensamento, sia perché sempre nella storia ci sono i "corsi e ricorsi", ma ancor più perché la "spinta propulsiva" delle ex-avanguardie mi pare definitivamente esaurita, ed è ormai oggi nelle cose una "revisione della revisione".
Le generazioni nate nei decenni immediatamente successivi alla II guerra mondiale sono cresciute in un clima culturale di "progressismo ideologico" che ha avuto tanti meriti, ha favorito l'emergere di tante nuove proposte artistiche, ma doveva sgombrare dallla visuale coloro che considerava relitti polverosi ed equivoci di un passato del quale vergognarsi. Oggi il clima è cambiato e possiamo tornare a guardare con più serenità a quelli che, volenti o nolenti, sono stati i nostri progenitori.
Un altro merito del libro è demistificare la divisione fascisti/antifascisti tra i musicisti del Ventennio: almeno fino al 1938, anno dell'introduzione delle leggi razziali, furono tutti più o meno legati al Fascismo, chi per convinzione, chi per carrierismo, chi per poter continuare a far musica, chi per ingenuità. Il Regime tollerava, premiava, distribuiva cariche, prebende, posti d'insegnamento, commissioni per opere nuove. Più o meno tutti se ne avvalsero: molti anche ben oltre il 1938, ricoprendo cariche di prestigio e riconoscimenti pubblici. E non faccio nomi. Alcuni superarono indenni la fine del Regime e conservarono le loro posizioni nel Dopoguerra, fino all'altroieri.... 

mercoledì 25 maggio 2016

De-stalinizzare la figura del Direttore d'orchestra!

Qualche giorno fa ho visto in tv una bella intervista di Myung-Whun Chung, nella quale a un certo momento dice una cosa che non può non colpire chi si interessi di direzione d'orchestra. Le sue parole erano più o meno : "quando ho smesso di fare il pianista e ho cominciato a dirigere, avevo la sensazione frustrante di non fare niente di utile dirigendo, di agitare le braccia ma di  essere lontano dalla musica. Per questo ogni tanto sento il bisogno di suonare VERAMENTE, tornando al mio strumento."
Queste per me sono parole di saggezza, parole di un vero musicista nell'anima.
La direzione è una funzione di servizio che è nata in un certo momento storico per necessità diciamo logistiche, cioè "mandare assieme" compagini strumentali che si facevano sempre più numerose, ed eseguire partiture sempre più complesse; il primo violino (o il vecchio concertatore al cembalo del Settecento) non era più sufficiente per questa funzione. Perciò si è trovata una soluzione tecnica: mettere in mezzo, davanti a tutti, un tizio che funge da metronomo. All'inizio era lo stesso compositore, ragionevolmente. Il quale peró  il più delle volte si arrangiava come poteva; e infatti abbiamo varie testimonianze e aneddoti dai quali si capisce che, non esistendo ancora una "tecnica" della direzione d'orchestra, le prove dovevano essere piuttosto rocambolesche e faticose, e le esecuzioni abbastanza pericolanti.
Poi col tempo intorno a questa figura di servizio è cresciuta tutta una sovrastruttura di contorno, che - non a caso a partire dal Romanticismo - idealizza l'Individuo, la persona di Genio, il depositario del Messaggio, della Verità e così via. Gli scritti di Wagner sulla direzione, non essendo ancora un vero "metodo", sono peró un segno evidente di questa nuova concezione idealizzata del Direttore ( da qui in poi con la D maiuscola).
Il passo successivo verso la mitizzazione definitiva avviene nel Novecento, (leggere in proposito  l'acuto saggio socio/fenomenologico di T.H.Adorno)  e in particolare con il grande musicista/businessman Herbert Von Karajan, il quale dedica attenzione esasperata agli aspetti visivi e sa avvalersi con grande spregiudicatezza delle tecnologie audio/video più avanzate per produrre e diffondere l' immagine di sè come Demiurgo/Stregone che evoca gli Spiriti.
Naturalmente il pubblico mondiale, storicamente e ideologicamente pronto a osannare Dittatori e Demiurghi nonostante le catastrofi da questi provocate solo pochi anni prima,  accoglie trionfalmente questa mutazione genetica del Direttore d'orchestra e ne decreta il successo a livello globale.
Da lì in poi il processo diventa incontrollabile e (speriamo di no) irreversibile. La mitizzazione del direttore arriva a livelli parossistici, e non stupirebbe che se ne facesse tra poco una figura mistico/religiosa, una specie di Santo, proprio quando il vero Papa della chiesa Cattolica invece sta intraprendendo il percorso inverso (almeno a livello dell'Immagine di sè) nel tentativo di apparire una persona "normale", che si mischia con le folle, che si lascia avvicinare come un qualsiasi prete di campagna.
Con tutto ció non intendo svalutare l'alto compito svolto dal direttore d'orchestra, nè mi sogno di disconoscere le grandiose interpretazioni forniteci dai grandi Maestri.
Ma dico che sarebbe necessario iniziare un processo di autentica de-stalinizzazione del Direttore: ricondurlo al suo compito specifico, che è quello di aiutare i veri musicisti, che sono gli strumentisti delle orchestre, a fare il loro lavoro nel modo migliore.
Tutto il resto è inutile e dannosa retorica, fumo senza arrosto che ammanta di un'aula di infallibilità una figura di servizio nata per ragioni di servizio in un certo momento storico, e forse, chissà, destinata ad esaurirsi nel futuro, quando l'orchestra sinfonica come la conosciamo oggi potrebbe non essere più al centro della vita musicale, ma essere ridotta a poche unità superstiti aventi mera funzione museale, di conservazione di un patrimonio.
Lo voglio ripetere con la massima chiarezza: ha ragione il Maestro Chung, chi  fa veramente la musica sono gli strumentisti, non il Direttore.
A quest'ultimo spetta il ruolo di coordinatore, ruolo certo altissimo e importante, ma non centrale, nonostante oggi sembri che nulla si possa fare senza uno in mezzo ad agitare le braccia, il più delle volte scompostamente.
Ci siamo troppo affezionati a questo Mito contemporaneo! E sarebbe ora di iniziare a ricondurlo al suo compito e alla sua dimensione reale. Sopratutto nell'interesse delle nuove generazioni di studenti di direzione, che subiscono loro malgrado l'influenza negativa di questa visione romantica e parossistica - oltre agli aspetti non meno attraenti e inquinanti di Successo, Potere, Denaro che tale Mito porta con sè - e se ne vedono troppo spesso i risultati purtroppo non esaltanti.
Per questo anche io nel mio piccolo seguo il consiglio del Maestro Chung, e quando posso con grande piacere imbraccio il mio violino e vado a sedermi in orchestra. Per fare musica "veramente"  :-))

martedì 29 marzo 2016

I ROLLING STONES A CUBA per la prima volta

Marzo 2016
 
Non posso non rimanere molto colpito dal fatto che il primo evento culturale che sancisce simbolicamente e trionfalmente la fine dell'isolamento politico di Cuba sia stato, ieri, proprio un concerto gratuito dei Rolling Stones.
La cosa assume una rilevanza unica sia come segno di ciò che si vuole che sia il futuro del costume, della cultura, dell'ideogia, della vita di quell'isola, sia per la stessa rock band inglese, l'unica impresa industrial/culturale multinazionale di quel tipo ancora in piena attività e finanziariamente performante da 50 anni.
Non sono capace di fare qui una analisi delle ragioni e delle conseguenze di questo evento che certamente è storico per Cuba ma anche per il mondo "sviluppato".
Sarebbe molto facile scadere in condanne moralistiche, e chiedersi ad esempio se non sarebbe stato più opportuno un grande concerto che so, di New York Philarmonic con direttore d'orchestra cubano e repertorio sudamericano, a sancire la nuova amicizia tra i vecchi nemici.
Ma certamente c'era bisogno di qualcosa che avesse copertura mediatica internazionale, e che potesse essere accolto dai cubani con entusiasmo. Ho sentito dire in verità che l'isolamento culturale dell'isola era tale che molti ignorassero quasi gli Stones, o conoscessero soltanto la loro canzone forse più famosa, "Satisfaction". Anche qui, non si può fare a meno di notare come questo stesso titolo diventi, 50 anni dopo esserlo stato in Occidente, lo slogan ideale per i cubani di oggi: prima "I COULD get no satisfaction", con il sistema politico castrista, ma adesso arrivano gli americani, i loro investimenti, la loro "libertà", e la satisfaction diventa a portata di mano per chi si rimbocca le maniche.
Quanto agli Stones, con questo concerto che vale come se avessero suonato all'indomani della caduta del muro di Berlino, assumono una statura storico/politica che forse prima era solo virtuale, e diventano così l'avanguardia simbolica di tutte le altre industrie multinazionali che seguiranno presto a Cuba le loro orme : del turismo, delle costruzioni, del commercio, della ristorazione e così via. Inutile far la lista: inizia da Mac Donald, Apple e così via. Ma queste non forniranno certamente gratis i loro servigi.
Io non sono mai stato a Cuba e quindi non so se in questo passaggio storico prevalgano gli aspetti negativi per il futuro dell'isola, per la sua integrità naturale, culturale, umana, oppure quelli certamente positivi di un sicuro aumento del tenore di vita della popolazione, con più posti di lavoro, salari migliori, case e servizi e così via.
Ma certo con oggi finisce il Mito (tutto occidentale forse) dell'ultimo luogo nel quale si tentava di resistere all'ideologia del pensiero unico capitalista, chiusi nel sogno di una "revolución" continua alla quale probabilmente non credeva più nessuno, ma che rimaneva nonostante tutto il simbolo di un orgoglio nazionale, di un fortissimo amor di patria.
Leggo che le agenzie turistiche degli Stati Uniti stanno promuovendo a tappeto in queste settimane le crocere a Cuba con lo slogan "andateci subito, prima che possiamo rovinarla". Se lo dicono loro.....

Gianandrea Gavazzeni, le avanguardie e noi


Qualche settimana fa ricordavo come alcuni musicisti/intellettuali non di primissimo piano, ma molto attivi nei decenni centrali del Novecento, come Gianandrea Gavazzeni, siano forse ingiustamente caduti nell’oblìo, e trascurato il valore del loro operato culturale e della loro riflessione estetica.
Oggi leggo un suo breve saggio del 1966 (nel libro “Non eseguire Beethoven, e altri scritti”) nel quale, occupandosi delle opere di Ildebrando Pizzetti, coglie l’occasione per esprimere perplessità circa la temperie culturale del Dopoguerra e l’egemonia del pensiero “d’avanguardia”. Ne estraggo alcuni passi:
“L’ultimo dopoguerra pone problemi inquieti, difficili e contradditori. Il processo é ancora in atto e non varrebbe ripercorrerne oggi l’istruttoria. La revoca in dubbio  cominciò allora, e investì i maggiori musicisti  compresi nella “generazione dell’80”. Perfino colui che pareva incombustibile, Stravinsky, venne drammaticamente implicato nella polemica adorniana.
I moduli sociologici vollero sostituirsi ai parametri estetici, portando avanti idee e metodi già cari al positivismo passato. Proprio l’estetica dei valori fu data per morta; involgendo ogni rapporto tradizionale dentro l’agonia della cultura borghese. Mentre ancor oggi, dopo vent’anni  da quelle saghe, non é stabilito con qualche garanzia sicura se codesta agonia sia davvero una realtà –estetica e sociale– o non piuttosto un luogo retorico  comodamente maneggevole.
Non sembra poi, dopo un ventennio, che la tentata cancellazione della “generazione dell’80” abbia dato  la stura a tali  capolavori e a tali  sorprese di  linguaggio, di poetiche, da giustificare l’avventatezza e rapidità del procedimento giudiziario (.....) Quanto alla “ nuova musica” o “neoavanguardia”, la partita é  troppo aperta... senza tralasciare l’ipotesi che musica, pseudomusica, come categoria utilitaria, o commestibile, sia del tutto inutile e nient’affatto necessaria all’uomo civilizzato contemporaneo.. Leggo in questi  giorni  la raccolta di un critico d’arte e poeta di colta finezza (....) Alessandro Parronchi- Pregiudizi e libertà dell’arte moderna; il suo rapporto sulla pittura recente, sui vizi e le volontarie distruzioni, offre esatto parallelismo  alla situazione musicale, con la coraggiosa difesa di un mondo falsamente dato  tutto  per morto, ancora attivo in una realtà della vita spirituale odierna e delle sue necessità. (....) La possibilità che il nostro singolo giudizio sia errato dà il continuo  movimento alla vita musicale del nostro spirito. Proprio  la revoca in dubbio  costituisce uno stimolo  operativo  incessante. Soltanto  l’odierno irrazionalismo non ha dubbi che certi  montaggi  rumoristici appartengano  all’assoluto del valore artistico o della liceità sociologica.”

mercoledì 20 maggio 2015

CO2 di Giorgio Battistelli al Teatro alla Scala



Giorgio Battistelli ha un acuto senso del Teatro e della drammaturgia.
I suoi  lavori sono sempre ispirati a soggetti di grande efficacia, perché ben conosciuti dal pubblico per le precedenti celebri versioni cinematografiche (Prova d'orchestra, Teorema, Miracolo a Milano, Divorzio all' italiana) o perché trattano, sia pur metaforicamente, temi importanti, quali il Potere, il Lavoro (Riccardo III, Experientum Mundi).
Per il Teatro alla Scala ha scritto un lavoro che richiama i temi dell' EXPO che in questi mesi si svolge nella città: non solo la nutrizione e i problemi della sua produzione ed equa distribuzione, ma sopratutto la sostenibilità a lungo termine della vita stessa del pianeta e dei suoi abitanti, umani e animali. 
Tema estremamente ambizioso, probabilmente il più alto che possa oggi trattare un artista, all'incrocio tra scienza e filosofia.
Come sintesi delle tematiche affrontate nell'opera, consiglio di leggere qui la scheda molto interessante scritta da Ian Burton per il sito del Teatro.

martedì 21 aprile 2015

Claudio Abbado: Homo Faber o cantore del Tramonto dell'Occidente?

Ho appena finito di leggere questo libro, che mi pare il rendiconto abbastanza sommario ma fedele di una vicenda umana e artistica esemplare, vissuta nel fuoco dell'attualità, interpretando la temperie socio/culturale con coraggio e passione utopistica.
Abbado fu innanzitutto homo faber, e si fece creatore di opere non solo artistiche ma anche istituzionali.
Fu alto interprete del suo tempo in un periodo (anni ca.1960-2000) caotico e tormentato, ma traboccante di fermenti artistici. Gli è capitato di nascere e vivere nel momento "giusto", e strada facendo ha inventato gli strumenti per realizzare le sue aspirazioni, che forse in altro contesto storico non avrebbe nemmeno immaginato.
Non intendo affatto con questo sminuire il suo valore.
Dico solo che oggi noi siamo invece immersi in una nebbia nella quale orientarsi, intravvedere il cammino da percorrere è più difficile. Dopo la grande crisi bellica e lo sconvolgimento culturale post-bellico, il bisogno di rimettere al giusto posto valori e priorità era impellente e chiaro per tutti.
Oggi viviamo ancora nel fall-out, nell'eco sempre più lontana di quella esplosione, e siamo in un no-man's-land nel quale si intravedono già i futuri sconvolgimenti sociali e culturali, ma questi sono ancora abbastanza distanti, non ci colpiscono ancora direttamente, rifugiati come siamo nelle nostre ridotte sempre più anguste e cieche, ma in grado ancora per un po' di proteggerci.
Oggi, a voler urlare a voce alta che la catastrofe prossima ventura è già qui, fuori dalla nostra porta, si viene presi per pazzi. Ci è dato in sorte di vivere in questa illusoria oasi storica, nella quale le forze telluriche che squasseranno il nostro mondo stanno ancora accumulandosi sottoterra, e noi possiamo ancora per un po' occuparci delle nostre meschine "carriere" personali, o di musichette da ballo per far divertire e distrarre i passeggeri del Titanic sul quale navighiamo.
Tornando al libro: mi pare indulgere eccessivamente nel dipingere Abbado come il cantore del "Tramonto dell'Occidente", una specie di Tiresia che vede solo il Negativo e la Fine della Civiltà.
Se ha dato questa impressione, sopratutto nel periodo centrale, scaligero, della sua carriera, è perché si è assunto il compito (e il dovere storico) di rimettere al posto che loro competeva certi compositori della "Krisis" mitteleuropea dimenticati dalla nostra troppo spensierata borghesia melomane.
Un ultimo appunto sull'autore del libro: è per me incomprensibile, e a tratti fastidioso, questo utilizzare spesso un linguaggio misterico, filosofeggiante, che mi pare forzare le intenzioni e le interpretazioni di Abbado (perfino sull'opera comica rossiniana!) in un contesto tragico da Finis Historiae.
Non sono sicuro che il Maestro avrebbe approvato.

venerdì 27 febbraio 2015

Schoenberg e Korngold, Il sogno infranto della "Felix Austria"



Ho preparato questo testo per un concerto da me diretto il 17 Febbraio 2015 con L'Orchestra Sinfonica Giuseppe Verdi di Milano, nella serie Discovery. La serata prevedeva una introduzione storico/critica con esempi musicali. Parte del testo che qui sotto riporto era destinata al libretto di sala, parte alla mia presentazione orale prima dell'esecuzione delle opere musicali. 
Il programma era il seguente: 
Gustav Mahler - Blumine, movimento sinfonico (1883-1888)
Arnold Schoenberg - Kammersymphonie II op.38 (1906-1940) 
Franz Schubert/Anton Webern - Deutsche Tänze D820 (comp. 1824 - arr. 1931) 
Erich Wolfgang Korngold - SUITE aus Shakepeare  "Viel Lärmen Um Nichts" op 11 (1918) 
Pubblico ora qui il testo, pensando che forse potrebbe interessare in particolare a chi volesse leggere una abbastanza approfondita descrizione formale della II Kammersymphonie op.38 di Arnold Schoenberg, e le note storico-biografiche su Erich Wolfgang Korngold. Buona lettura! 

lunedì 29 dicembre 2014

RepertorioZero, il pendolo della Storia da che parte va?


Se dovessimo riassumere in una parola l’impressione principale avuta all’ascolto del concerto di Repertorio Zero, senza temere di cadere nella retorica, si potrebbe usare – senza alcuna ironia – la parola Coraggio. Repertorio Zero é un gruppo di compositori, informatici musicali, strumentisti, nato principalmente intorno a un’idea semplice quanto rischiosa, e forse utopistica: inventare una nuova liuteria, cioé nuovi strumenti musicali, “acustici” o assistiti dal medium informatico, adeguati allo stato dell’arte della ricerca musicale contemporanea; e insieme inventare il repertorio per valorizzarli. 

lunedì 3 novembre 2014

L'altroieri i compositori italiani popolari in tutto il mondo erano Verdi, Puccini. Oggi Albano, Celentano, Ramazzotti. Non é un po' strano? E perché succede?


Lo so, dico una grandissima banalità, ma il problema rimane, grosso come una casa, ed è il seguente.
In tutto il mondo quando dici "Italia" ti rispondono "Cultura" "Rinascimento", Michelangelo, Raffaello, Leonardo, Verdi, Puccini. Ma per quanto riguarda in particolare i musicisti/autori contemporanei, i nomi oggi celebri in tutto il mondo sono Albano, Celentano, Ramazzotti e così via. Dimenticavo Ennio Morricone, mi si fa osservare. Giusto. Ma non è un musicista "puro": o meglio lo è, ma la sua celebrità l'ha ottenuta come autore di musiche (bellissime) da film, mentre la sua produzione "pura" rimane sconosciuta, cosa della quale lui stesso si duole moltissimo. 
E il fenomeno  di cui  parlo non è limitato al nostro paese: dovendo nominare un compositore celebre ad esempio di area germanica (la nazione musicale per eccellenza) dopo Wagner, Schumann, Strauss, Mahler, chi nominereste?

giovedì 23 ottobre 2014

Fabio Cifariello Ciardi , “VOCI VICINE” a Reggio Emilia: l’urlo e la rabbia di un paese in crisi di nervi.


Fabio Cifariello Ciardi é un compositore che percorre un cammino originale e personale nel panorama della musica contemporanea. Mi ero già occupato in questo stesso blog di una sua interessante e curiosa composizione per strumenti e elettronica, Nasdaq Match.
Questa volta sono stato a Reggio Emilia a vedere il suo nuovo lavoro, VOCI VICINE, presentato nell’ambito del Festival “Aperto”.
L’autore giustamente non definisce Opera, o video-Opera - infatti non vi figurano cantanti - questo lavoro per giornalista narrante (Gad Lerner, in questa occasione), video, ensemble strumentale e elettronica; bensì Passione, facendo preciso riferimento alla temperatura emotiva e  tragica del tema di cui  tratta.

lunedì 20 ottobre 2014

Fare il "compositore contemporaneo" è un MESTIERE ?


Ogni tanto mi capita di essere destinatario delle amare riflessioni di compositori più o meno miei coetanei che raccontano di essere stati manipolati, terrorizzati, o addirittura di aver avuto "tagliate le gambe" o di essere stati pesantemente ostacolati psicologicamente nella loro formazione creativa dai loro Maestri di Conservatorio, tipicamente gli esponenti di punta delle "avanguardie" degli anni '70. 
A loro dire, chi dichiarasse di amare Schumann o pretendesse di analizzare in classe che so, Schubert,  veniva fatto oggetto di sprezzanti commenti, di pubblico disonore. Peggio succedeva a chi scrivesse musica tonale o usasse triadi consonanti, pur magari in un contesto di non rigorosa armonia "tradizionale"; e se in una composizione atonale o seriale - di rigore in quegli anni negli ambienti accademico/ conservatoriali- venisse reperita qualche ottava o, peggio che andar di notte, raddoppio di ottava o di unisono nell'orchestrazione, scattava l'ostracismo e l'accusa di essere reazionario se non "fascista"! 
Insomma, secondo questi racconti, pare che in alcune classi di composizione di quel periodo vigessero delle regole Zdanoviane; che i giovani compositori fossero tutti dei piccoli Shostakovic torturati dai torvi Ispettori del Ministero della Cultura Popolare, e che molti brillanti compositori in erba fossero a tal punto condizionati, choccati dal terrorismo psico/ideologico dei loro Maestri,  da smettere di studiare o di scrivere musica. 

COSA VERAMENTE PENSAVA SCHOENBERG

L'allievo (e celebre violinista) Rudolf Kolish mandò al Maestro una dettagliata analisi del suo IIII quartetto. Schoenberg lo loda ma risponde: 
"Dev'essere stata una faticata, e non credo che io ne avrei avuto la pazienza. Ma credi poi che servirà a qualcosa sapere come è fatto? Non posso stancarmi di deplorare l' eccessiva importanza che si dà a queste analisi. Esse hanno tutt'al più come esito quel che ho sempre combattuto: l'accorgersi di come è fatto; mentre ho sempre cercato di aiutare a comprendere che cosa È !
È quel che ho più volte tentato di spiegare a Wiesengrund, e anche a Berg e a Webern. Ma non mi danno ascolto. Non posso stancarmi di ripeterlo: le mie opere sono composizioni dodecafoniche, e non composizioni dodecafoniche."

giovedì 23 gennaio 2014

In certe curve del tempo: Claudio Abbado e Luciano Berio
















Nella vita di ciascuno vi sono momenti nei quali fatti e accadimenti esterni inducono riflessioni che possono farci ritenere di vivere una svolta che si potrebbe definire storica, un cambio di epoca.
Per me, due fatti recenti apparentemente sconnessi tra loro, ma legati da una trama  sottile di pensieri personali: la pubblicazione degli scritti di Luciano Berio, che coprono un arco temporale di oltre cinquanta anni,  e la scomparsa di Claudio Abbado.
Due musicisti italiani, ma cosmopoliti, e particolarmente consapevoli della necessaria coincidenza tra la dimensione artistica e quella civile della loro professione.
Convinti che la musica non sia intrattenimento ma autentico strumento di conoscenza e promozione sociale.
I loro percorsi così unici e irripetibili si sono incrociati ben poche volte, a quanto io  sappia, ed é  un vero peccato. 

lunedì 7 ottobre 2013

Girate la manopola FM della vostra radio, e rabbrividite


Scorrete su e giù la sintonizzazione della vostra radio: vi imbatterete prevalentemente in fenomeni sonori che vengono chiamati e considerati "musica", "canzoni", ma che io considero tragici sintomi di una patologia di massa probabilmente ormai inguaribile, che ha infettato il nostro ambiente e le nostre menti in modo irreversibile. Sono clichées formali di un conformismo tragico e inquietante, dove la variante è la stessa del piumaggio delle galline allevate in prigionia a milioni e poi crudelmente uccise: un conformismo estremo, da campo di concentramento; sono gesticolazioni vocali insensate, scimmiottamenti di gesti che in altre culture, in altri tempi e contesti ( il rock degli inizi, il blues, ecc) avevano un loro senso, ma che oggi sono deprivati di qualsiasi ragione espressiva profonda, senza più alcun senso nè forza, ridotti a scheletri mummificati, cadaveri che ci vengono presentati come creature vive; sono "testi poetici", "liriche" che denunciano la regressione psicotica dei loro autori, descrivono un mondo mentale il cui infantilismo regressivo è aggravato dal totale annichilamento della sana e normale dimensione creativa e fantastica tipica dell'infanzia. Tutto ciò oggi viene spacciato, anche dalla dòxa di sinistra e "progressista", come Musica, catalogata ed etichettata in "generi", "tendenze", venduta come merce: mentre invece è un virus, una terribile malattia mentale che ci fanno comprare, e che ci contagia tutti, ci condanna al non-senso, alla perdita della ragione, della bellezza, della vita. 
Se volete, con spavento, rendervi conto pienamente del fenomeno che mostra con più tragica evidenza lo stato di prostrazione psichica e morale al quale può condurre un certo capitalismo, un certo tipo di mercato, una certa "civiltà industriale", girate la manopola FM della vostra radio, e rabbrividite.

venerdì 1 febbraio 2013

Giampaolo Testoni: il coraggio di rivendicare uno "Stile Italiano"

Fortunatamente vi sono ancora artisti che esprimono il loro punto di vista  sulla loro disciplina e sulla situazione attuale con linguaggio appassionato, caldo, senza fumisterie intellettuali, ma solo animati dalla loro sete artistica, e dalla fiducia che "la Bellezza può salvare il Mondo". 
Ho intercettato questa riflessione/ confessione che il compositore Giampaolo Testoni ha recentemente composto di getto, quasi in forma epistolare privata, nell'ambito di una discussione con suoi colleghi. L'irruenta, passionale esposizione, non priva di giudizi taglienti e di osservazioni nette e decise, talvolta apodittiche ma mai ipocrite, mi ha colpito per la  sua genuinità e per la lucidità della visione. Ho chiesto e ottenuto dall'Autore il permesso di pubblicarla qui, nell'intento di fornire un contributo, forse provocatorio, ma certo sincero,  alla discussione su "dove va la musica di oggi".  

Giampaolo Testoni è un compositore milanese. Esponente tra i più significativi del movimento dei cosidetti "Neoromantici" degli anni '80, ha al suo attivo opere per il teatro, sinfoniche, da camera e musiche per balletto. 
Il suo sito :

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NOTA SU ALCUNI AUTORI MODERNI 
di Giampaolo Testoni (1 febbraio 2013)

Io sono notoriamente un vorace e curiosissimo ascoltatore del lavoro dei miei colleghi e in generale degli autori che non conosco o conosco poco. Lo faccio per il piacere di riceverne stimoli e idee che possano aiutarmi a perseverare nelle mie ricerche formali; ho ascoltato per anni autori come Henze o Schnittke e poi anche Part, che negli anni Ottanta era così in voga anche in Italia.

domenica 13 gennaio 2013

Musica Forte, Colta, d'Arte, Classica, o come altro chiamarla?


Il Corriere Musicale.it ha recentemente ospitato un mio intervento. 
Clicca sul link per leggerlo. 


Il Postmoderno che voleva «Abbado come Springsteen»


Oggi sembra essere politically correct superare la distinzione tassonomica tra i generi leggera/pesante, classica/contemporanea e così via, in nome della buona musica. Ma, si chiede lo studioso Edward Docx, «come si fa a distinguere la spazzatura da ciò che non lo è?»


sabato 2 giugno 2012

Si possono ancora eseguire le Sinfonie di Beethoven? L'intervento di Gilberto Serembe


Uno stimatissimo e colto collega, Gilberto Serembe, commentava così, su Facebook, il concerto sinfonico in diretta televisiva di una grande orchestra italiana, diretto da un grande Maestro, alle prese con un grandissimo capolavoro del sinfonismo classico, la IX Sinfonia di Beethoven:
Che tristezza vedere all'opera un grande direttore che è ormai l'ombra di sé stesso. Appesantito dalla fatica e opacizzato dalla routine. E che tristezza ascoltare un capolavoro assoluto condotto con approssimazione, grevità e spesso con imprecisione nell'assieme. Se poi aggiungiamo una grande orchestra e un coro che esprimono un risultato da prima lettura, la tristezza è triplicata.
Non avevo assistito alla trasmissione, ma non mi sorprendevano queste parole dettate da una delusione profonda, dall'amarezza per una occasione artistica, a  parere del loro autore, sprecata.
E' perchè  mi hanno ricordato un'altra, recente esecuzione sinfonica beethoveniana in diretta TV, (sempre grande orchestra e grande direttore) alla quale avevo assistito recentemente, e che mi era parsa talmente routinesca da assomigliare a uno di quei concerti-in-trasferta-senza-prove che gli orchestrali, sempre causticamente spiritosi, sono soliti chiamare cinicamente spedizioni punitive:  e così, senza troppo rifletterci su,  mi è uscita dal cuore una provocazione:
La verità (a mio parere) è che forse bisognerebbe lasciar stare le sinfonie di Beethoven, almeno per una decina di anni. Sono inflazionate, non se ne può più, nè le orchestre, nè i direttori, nè il pubblico. Ormai è museo.
Ne è scaturita una interessante discussione, che ho chiesto all'amico Serembe di riassumere in un breve intervento  per questo  blog. 
Lo pubblico qui sotto, con i miei più sentiti ringraziamenti per il prezioso contributo. 

giovedì 31 maggio 2012

Ecosistema Musicale Virtuale: una vecchia idea balzana, ma affascinante


Un progetto di  Ecosistema Musicale Virtuale
nel bicentenario della nascita di Charles Darwin (1809) 
In anni  recenti è tornato  d'attualità sui grandi  mezzi di comunicazione il dibattito tra Creazionisti ed Evoluzionisti.
Come sappiamo, la materia del contendere risiede sostanzialmente nella domanda se all'origine della biosfera vi sia un Disegno Intelligente elaborato dal volere di un Ente superiore  ed esterno alle forze puramente "naturali" che operano nel mondo, oppure se l'emergere della vita, sul nostro come molto probabilmente su innumerevoli altri pianeti dispersi nelle galassie, sia causata da un Evento avvenuto “casualmente” ( il primo sorgere di amminoacidi, base della chimica organica) che, pur se apparentemente molto improbabile, al contrario risulta statisticamente certo se considerato nella scala temporale della storia di questo pianeta, che ammonta a quanto si sa a parecchi miliardi di anni.

giovedì 17 maggio 2012

MACAO - Milano: vero laboratorio creativo, o effimera utopia spontaneista?

Oggi sono andato nuovamente a visitare Macao. Sono giornate dense, piene di colpi di scena, ed è  difficile tener dietro  all'evolversi della situazione, che riserva continue sorprese. Ma andiamo  con  ordine. Il 5 maggio 2012, un gruppetto di giovani "lavoratori delle arti" ha occupato - forse a seguito di un progetto lungamente meditato e preparato, forse sospinti  da uno scoppio di  spontaneismo ribellista - nientemeno che un maestoso grattacielo di 30 piani, vicino alla Stazione Centrale di Milano, abbandonato da 15 anni e attualmente di proprietà di una delle società finanziarie/assicurative di Salvatore Ligresti, il noto costruttore titolare negli anni di una infinità di iniziative immobiliari cittadine, e attualmente coinvolto in una procedura fallimentare chiesta dalla Procura milanese, oltre che in indagini giudiziarie legate alle sue attività, diciamo così, con un prudente eufemismo, affaristiche. 

mercoledì 9 maggio 2012

Permettetemi qualche cattiveria sul "concertone sindacale" del 1 Maggio


Mi occupo un po' in ritardo di una cosa che è successa giorni fa, ma siccome capita ogni anno, diciamo che con questa riflessione mi porto  avanti  col lavoro  per l'anno prossimo: stesso luogo, stessa data.  
Infatti, anche quest' anno, il "concertone sindacale" del 1 Maggio si è abbattuto come uno tsunami su di noi. 10 ore di musica in piazza, davanti alla Sacra Basilica. L' Evento suscita molte domande, e qualche riflessione amara. 
Innanzitutto, bisognerebbe chiedersi: ma i sindacati non hanno il compito precipuo di difendere e sostenere i diritti dei lavoratori nei luoghi di lavoro, nelle trattative contrattuali, nel confronto con "le parti sociali"? Che cosa c'entra con tutto ciò l'organizzazione del concertone del 1°maggio? 
E' compensibile che i sindacati cerchino, legittimamente, il consenso delle popolazioni giovanili non sindacalizzate: ma nel farlo dovrebbero astenersi  dall'ammannir loro, ogni anno, la consueta sfilata di rockettari più o meno democratici e "de sinistra". Ancora più imbarazzante se condita da un delirio di banalità e slogan autoconsolatori quali "oggi è la festa del lavoro! Se voi siete disoccupati la colpa è della classe dirigente che non ha studiato!" (??!)  

Uno sciocco titanismo, per una causa giusta


Questa foto forse NON E' un montaggio:  ritrae presumibilmente un grande concerto che vede suonare "insieme" molti  dei giovani musicisti del Sistema venezuelano sotto la guida del loro celebre direttore Gustavo Dudamel, e suscita in me varie riflessioni etiche (ebbene, sì, etiche) e logistico/tecniche: 

lunedì 23 aprile 2012

"CIRCUITO MUSICA", la nuova start-up della promozione musicale

La crisi e le difficoltà finanziarie avanzano, la disoccupazione cresce. I musicisti non sono esenti dal subirne le conseguenze, anzi, insieme ad altre categorie di precariato sono forse tra quelli che più soffrono della mancanza di risorse destinate alla cultura e alla musica nel nostro paese. E così, mentre i teatri d'opera languono nell'indigenza, tra comissariamenti e tagli alla produzione, mentre anche le maggiori orchestre soffrono, mentre il mercato del lavoro "vero" (cioè stabile, degnamente retribuito) si riduce ai minimi termini,  tra quelli che non si vogliono arrendere alle difficoltà molti fanno le valigie per cercare all'estero miglior fortuna, e a volte la trovano. Mentre altri preferiscono rilanciare e, pur rimanendo nel nostro Paese, gettano il cuore oltre l'ostacolo con un progetto ambizioso, come sembra essere questo CIRCUITO MUSICA. Vediamo che cosa è.

domenica 8 aprile 2012

"...svolta epocale del tempio del classicismo" (?!??)

Per una volta ci occupiamo di cronaca spicciola.
Vasco alla fine c'è riuscito. Ha dribblato lo sciopero che i sindacati avevano indetto alla "prima", e il  balletto "L'altra metà del cielo" con le sue musiche ha debuttato alla Scala, con grande, prevedibile successo. Così, le cronache. 
Il Blasco, verso il quale nutriamo sentimenti alquanto contradditori (metà simpatia per il poeta/cantastorie popolar-emiliano che si nasconde sotto il travestimento da tamarro; metà irritazione per la decrescente lucidità mentale, che con l'età è sempre più inversamente proporzionale al crescente narcisismo) ha subito esternato l'impellente gioia, con queste parole testuali, che potete leggere, ad esempio, QUI

venerdì 6 aprile 2012

Come potrebbe cambiare il sistema produttivo dell'opera lirica contemporanea

Un paio di settimane fa è uscita su The Telegraph la recensione dell'ultima opera della compositrice Judith Weir, Miss Fortune.
L'articolo si intitola, brutalmente:  L'ennesima brutta Opera moderna al Covent Garden. Perchè alla Royal Opera House è permesso di  buttare i soldi dalla finestra?
L'autore,Igor Toronyi-Lalic, piuttosto che criticare l'Autrice dell'opera, se la prende con i dirigenti  del teatro che a suo parere incorrono troppo spesso nell' incauto errore di programmare costose produzioni operistiche senza preventivamente controllare la qualità artistica del libretto, della musica, delle scene etc. E giunge ad auspicare l'importazione, nei teatri d'opera in  Europa, dei metodi  produttivi di Hollywood o Broadway. 

martedì 3 aprile 2012

La Peste intacca anche la Germania della musica sinfonica

La Peste intacca perfino la Germania della musica sinfonica. Noi italiani, che ne siamo ammalati da decenni, conosciamo bene questa malattia. 
Aiutiamo i nostri amici tedeschi ad affrontarla. 
Firmiamo qui la petizione per scongiurare il taglio dei finanziamenti alle orchestre sinfoniche.
http://www.orchesterretter.de/startseite.html


(traduzione maccheronica)
Diciamo "No" al degrado culturale!
LA SWR ha annunciato radicali misure di riduzione dei costi nelle sue due orchestre. La Stuttgart Radio Symphony Orchestra e l'Orchestra Sinfonica di Baden-Baden e Friburgo sono minacciate nella loro esistenza. Presto saranno prese decisioni vincolanti.
Noi sostenitori, associazioni e i gruppi di amici dell'orchestra e del Baden-Wuerttemberg intendiamo respingere questo piano ! Ci proponiamo di preservare le orchestre presso le loro sedi e il loro alto livello artistico.
La SWR deve continuare a soddisfare la missione costituzionalmente necessaria culturale di radiodiffusione pubblica.
Lotta con la tua firma contro l'
imminente crollo culturale!


Ultim'ora: anche il blog inglese Boulezian dà la notizia, allarmato,
e invita a firmare la petizione.